chi-sono-cosa-vogliono-i-talebani

Si potrebbe partire da definizione scolastiche spiegando cos’è l’Afghanistan e dove si trova, ma la verità è che buona parte dei nostri lettori probabilmente conosce già questo paese e lo conosce per un motivo ben preciso: l’11 settembre 2001 hanno avuto luogo a New York gli attentati che spingeranno gli Stati Uniti d’America a dare inizio alla cosiddetta guerra al terrore in Iraq ed Afghanistan; vent’anni dopo, l’11 settembre 2021 viene scelto come data simbolo della fine del ritiro definitivo delle truppe americane da Kabul. Quella che doveva essere una festa nazionale, si trasforma in dramma collettivo nel momento in cui i Talebani, complice l’assenza USA, rialzano la testa e iniziano a riconquistare il territorio afgano, pezzo dopo pezzo, fino a giungere alle porte della capitale. Emblema di questi concitati e drammatici momenti sono le immagini che arrivano dall’Aeroporto di Kabul, con centinaia di persone ammassate che sgomitano nel vano tentativo di salire sugli ultimi aerei disponibili per abbandonare la propria nazione. Alcuni riescono a guadagnare un prezioso piccolo spazio all’interno, molti, moltissimi, falliscono, ma non per questo si rassegnano: decidono allora di arrampicarsi sulle pareti esterne del velivolo, sul carrello, sulle ali se ci riescono, per poi, durante il decollo, perdere la presa e precipitare nel vuoto. Ed è a questo punto che la storia, con i suoi corsi e ricorsi, diventa a dir poco crudele: questi sfortunati e disperati uomini senza nome verranno soprannominati falling men, uomini che cadono, uomini che trovano il loro precursore proprio negli altrettanto drammatici eventi del 2001: “The Falling Man”, infatti, è una celebre foto scattata da Richard Drew che ritrae un uomo intento a gettarsi giù da una delle due Torri Gemelle prossime al crollo. Il cerchio si chiude e un equilibrio spaventoso lega gli Stati Uniti e l’Afghanistan, il World Trade Center e l’Aeroporto di Kabul, le vittime americane e le vittime afgane. Con un uomo che cade nel vuoto ha inizio la guerra al terrore, quella che porterà gli americani in Afghanistan per sgominare le cellule di al-Qaeda resesi responsabili degli eventi del 2001, cellule che dai Talebani venivano protette. Con uomini che cadono si sancisce la fine di questa guerra e la definitiva sconfitta dell’Occidente in quello che è stato, prima di tutto, uno ‘scontro di civiltà’, come l’ha definito Samuel Huntington.

Chi sono i talebani

Per capire chi siano i Talebani bisogna andare ancora più indietro, oltre i fatti del 2001, e arrivare fino agli anni ’80, quando un’Unione Sovietica moribonda cercò invano di imporre un barlume di influenza intervenendo in Afghanistan. La risposta statunitense non si fece attendere e arrivò, soprattutto, per mezzo di sostegno a gruppi militari ribelli che miravano a far cadere il governo filosovietico; tutti sapevano (Stati Uniti compresi) che questi gruppi fossero di matrice islamista, e a riguardo il nome con cui venivano identificati non lasciava spazio a equivoci: mujahidin, coloro che combattono la jihad. l’Afghanistan ha attraversato anni concitati all’insegna dell’instabilità, alla fine dei quali molti mujahidin scelsero di rifugiarsi in Pakistan; lì iniziarono a costruire una rete capillare di scuole religiose che avrebbero fatto da base al futuro movimento dei Talebani, sorto tra il ’93 e il ’94 e il cui nome significa, per l’appunto, studenti. Nel ’94, il neonato movimento rientra in un Afghanistan preda del caos e retto da un governo debole e incapace di imporsi: l’avanzata si conclude con la presa di Kabul il 27 settembre 1996.

Inutile dire che non passò molto prima che il nuovo regime afgano divenisse inviso all’Occidente: l’imposizione della più severa interpretazione della sharia penalizzava in maniera esasperante la popolazione femminile e censurava tutto quanto potesse essere fonte di contaminazione, fosse la musica occidentale o una statua di Buddha. Tuttavia, ciò che realmente distrusse ogni possibile canale di dialogo fu il legame che si venne a creare tra il leader talebano, il mullah Muhammad Omar, e il leader di una neonata organizzazione di matrice islamista nota come al-Qaeda, ovvero Osama bin Laden. Giunto in Afghanistan nell’ ’86, bin Laden aveva trovato nel paese un rifugio sicuro dal quale gestire al-Qaeda: i talebani, infatti, rifiutarono categoricamente le richieste di estradizione avanzate dal governo americano in seguito a degli attentati ad ambasciate USA verificatisi nel ’98, dimostrando la loro vicinanza ideologica ai seguaci di bin Laden. La tensione tra Afghanistan e USA continuò a crescere, per poi culminare l’11 settembre del 2001: in seguito agli attentati alle Torri Gemelle, infatti, il presidente Bush non esitò ad inviare le proprie truppe a Kabul al preciso scopo di stanare le cellule di al-Qaeda lì presenti, nonché il loro leader. Va da sé che coloro che avevano protetto e continuavano a proteggere il nemico numero 1 di Washington, i Talebani, fossero destinati a subire la stessa sorte dei terroristi di al-Qaeda. Ecco, dunque, che la guerra al terrore prese le sembianze di una lunga e controversa occupazione il cui obiettivo ultimo doveva essere, a prima vista, una complessa operazione di nation-building che portasse all’istituzione di una democrazia simil e filoccidentale. È l’ultima fase, questa, di una lunga missione di modernizzazione che gli Stati Uniti avevano intrapreso sin dagli inizi della Guerra Fredda, una missione il cui scopo era quello di ergersi come modello da esportare in tutto il mondo, in quanto rappresentante il punto più alto dell’evoluzione delle istituzioni, o meglio, per dirla con le parole del celebre studioso Francis Fukuyama, “la fine della storia”. Per far sì che paesi come l’Afghanistan e l’Iraq non rappresentassero più una minaccia per gli Stati Uniti bisognava che gli Stati Uniti stessi si assumessero il compito di ‘trasformarli’ in entità innocue, affini, addirittura alleate. Sembrava vent’anni fossero abbastanza per riuscirci. I telegiornali andati in onda negli ultimi giorni si sono impegnati a dimostrarci il contrario.

Gli americani avevano più di una buona ragione per lottare fino alla definitiva estirpazione dei Talebani dal territorio afgano al fine di portare a compimento la ‘restaurazione’ dell’Afghanistan per non rendere vano quanto fatto negli anni. Eppure, come sappiamo, negli ultimi anni gli USA hanno cominciato a mollare la presa, mostrandosi in Medio Oriente e dintorni non più risoluti come un tempo. A cosa si deve il venire meno di questa risolutezza?

Dalla Sindrome del Vietnam alla Sindrome della Guerra al Terrore

Partiamo da un presupposto: nonostante la storia contemporanea ci spinga a credere il contrario, l’interventismo non ha sempre fatto parte dello spirito americano. Anzi, si può dire che fino alla Seconda guerra mondiale la più grande e antica democrazia occidentale tendesse a prediligere pratiche sfacciatamente isolazioniste. Certo, la Guerra Fredda ha a dir poco stravolto questo paradigma, tuttavia l’avversione all’interventismo è un sentimento che tende ciclicamente a riapparire nella società americana. Queste ‘crisi dell’interventismo’ prendono il nome di sindromi (celebre sarà quella che seguirà la guerra del Vietnam). Ogni volta che la società americana è in preda di una di queste sindromi, il presidente in carica deve fare in modo di conciliare il sentimento popolare con quello che da sempre è il ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale, un ruolo che viene perfettamente riassunto da una frase di Peter Hall, il quale afferma che “gli stati non sono solo cercatori di potere, ma anche risolutori di puzzle”. Togliere agli Stati Uniti l’identità di risolutori di puzzle è impossibile, in quanto significherebbe farne crollare la politica estera in un buco nero. Certo, il processo di conciliazione è spesso difficile, non privo di contraddizioni e talvolta fallimentare. Di tutto questo ne sa qualcosa Barack Obama: il 44esimo presidente USA tentò di innovare la strategia statunitense dando nuovo slancio alla diplomazia e introducendo l’idea di una guerra giusta, ovvero moralmente giustificata (che questa idea di guerra giusta venga introdotta in occasione del discorso di accettazione del Nobel per la Pace, è tutto dire). Bisogna dire che nell’arco degli ultimi 10 anni non pochi grandi avvenimenti contribuiranno a mettere in crisi le idee di Obama nonché ad evidenziarne alcune contraddizioni. Tra questi, ricordiamo la disastrosa crisi interna sopraggiunta all’indomani del frettoloso intervento in Libia, il pantano siriano e lo stallo diplomatico che ne è seguito e, ovviamente, l’Isis che minacciava l’Iraq e dava inizio ad una nuova fase della guerra al terrore. Inoltre, se in questo periodo storico il Medio Oriente è stato particolarmente in fermento, l’Occidente, in termini socioeconomici, non è stato da meno: la crisi economica, la BREXIT e la nascita dei sovranismi e nazional-populismi rappresentano alcuni tra i principali elementi che hanno dato vita ad un preciso clima sociale in Europa, così come in America. In quest’ultima, conseguenza di questo clima sociale è stato proprio il sopraggiungere di una nuova sindrome anti-interventista, la sindrome della guerra al terrore: con la crisi economica la guerra è diventata qualcosa di superfluo ed esageratamente costoso, mentre i suoi effetti (come le morti dei soldati, ergo, di amici e parenti) hanno contribuito a far crescere una nuova sensibilità; a tutto ciò, si aggiungono i risultati insoddisfacenti degli interventi in Iraq ed Afghanistan, che insieme a quanto già detto hanno fatto sì che simili operazioni di contro-insurrezione divenissero pratiche particolarmente impopolari. Questo spiega come si arrivò alla proposta di Obama di dare inizio al ritiro delle truppe. E spiega l’inserimento di suddetto ritiro delle truppe tra i punti cardini della campagna elettorale di Donald Trump.

America is back, o forse no… Cosa sono gli accordi di Doha?

All’inizio dell’anno abbiamo parlato di cosa potevamo aspettarci dalla dottrina Biden e in cosa questa si sarebbe distinta dalla dottrina Trump: l’impressione iniziale data dal nuovo inquilino della Casa Bianca era tutta racchiusa in quell’entusiasta “America is back!” rivolto agli alleati, ma che presumibilmente avrebbe avuto delle ripercussioni anche al di fuori dell’Occidente, soprattutto nei principali luoghi di interesse USA in Medio Oriente. La verità è che, dopo circa 8 mesi di amministrazione dem, non molto è cambiato dalla politica di disimpegno adottata dai predecessori repubblicani. Tant’è vero che il ritiro delle truppe iniziato con Trump è andato avanti indisturbato con Joe. Premesso quanto detto finora in merito alle attuali aspettative dell’opinione pubblica sul dispiegamento delle truppe americane e sull’interventismo, risulta difficile credere che l’attuale presidente americano non si aspettasse un ritorno sulla scena dei Talebani. Il tycoon, infatti, ha lasciato in eredità all’avversario niente poco di meno che degli accordi di pace stipulati a Doha nel febbraio 2020 proprio con i Talebani (e senza la partecipazione del governo afgano). Gli accordi di Doha si basano su 4 punti precisi:

  • La garanzia di prevenzione dell’uso del territorio afgano per atti ostili nei confronti degli Stati Uniti;
  • La garanzia dello stabilimento e del rispetto di una scaletta precisa per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan;
  • L’inizio di negoziati di pace intra-afgani;
  • Il cessate il fuoco permanente come punto focale dei negoziati intra-afgani.

Nel suo discorso del 16 agosto, in merito a suddetto accordo, Biden ha affermato: “La decisione che ho dovuto prendere, come vostro Presidente, era tra il seguire l’accordo o essere pronti a combattere nuovamente i Talebani Non c’era alcun accordo che avrebbe protetto le nostre forze dopo l’uno maggio. Non ci sarebbe stato alcuno status quo di stabilità senza perdite americane dopo l’uno maggio.”

Inoltre, come lascia intendere in altri passaggi del discorso, restare in Afghanistan era del tutto impensabile, nonché – a suo dire – inutile: “Ciò che sta succedendo adesso, sarebbe potuto succedere 5 anni fa o fra 15 anni.”, afferma. Biden è impietoso con tutti, con gli afgani che non sono disposti a lottare per il proprio futuro, con gli americani che non avrebbero mai dovuto trasformare la guerra al terrore in una missione di nation-building, e persino con quello che potremmo definire ‘la sua anima gemella politica’, Barack Obama: “Ho sostenuto per molti anni che la nostra missione si sarebbe dovuta limitare esclusivamente all’antiterrorismo, e non alla contro-insurrezione o al nation building. Ecco perché mi sono opposto al surge (l’ingente dispiegamento di truppe, n.d.a.) proposto nel 2009, quando ero Vice Presidente.”

Paradossalmente, gli unici a non essere apertamente biasimati sono proprio i Talebani, ai quali, anzi, arriva un velato complimento: “La verità è che è successo tutto più velocemente di quanto avessimo anticipato”, dice infatti Biden. Il 46esimo presidente USA rinnega tutte quelle idee e quelle iniziative che hanno fatto parte della politica estera americana. Dal secondo dopoguerra in poi rivendica la necessità per il suo paese di smettere di preoccuparsi dei problemi altrui e di concentrarsi esclusivamente su quelle che sono le attuali minacce. Tra queste il terrorismo internazionale, un problema del quale ci si può occupare tranquillamente ‘a distanza’, senza il dispiegamento di forze sul territorio interessato. Della NATO, coinvolta nell’intervento in Afghanistan, non si fa menzione. Gli alleati non vengono presi in considerazione. Il presidente di “America is back!” ha fatto un discorso che in realtà ricorda molto l’“America first” trumpiano. Forse è ancora troppo presto per rendersene conto, ma probabilmente l’estate di Kabul rappresenta la fine di un’era. Un’era che andava avanti da quasi settant’anni: l’era della democrazia esportata dai risolutori di puzzle.

Non vuoi perderti nessun nostro articolo? Vuoi avviare una conversazione politicamente incoerente con noi? Ebbene, allora non puoi non entrare nel nostro nuovo gruppo Telegram! Ti aspettiamo-> CLICCA QUI PER ADERIRE

FONTI:

C. E. Bailey, The “Responsibility to Protect” Doctrine: Syria 2014, American Intelligence Journal, Vol. 31, No. 2 (2013), pp. 109-116, www.jstor.org/stable/26202082.

Clayton Thomas, Afghanistan: Background and U.S. Policy, July 18, 2019, Congressional Research Service (CRS), https://crsreports.congress.gov/product/pdf/R/R45818.

Latham, Michael E. The Right Kind of Revolution: Modernization, Development, and U.S. Foreign Policy from the Cold War to the Present. Cornell University Press, 2011.

John MacMillan (2019) After Interventionism: A Typology of United States Strategies, Diplomacy & Statecraft, 30:3, 576-601, DOI: 10.1080/09592296.2019.1641927.

Andrew Mumford (2013) Proxy Warfare and the Future of Conflict, The RUSI Journal, 158:2, 40-46, DOI: 10.1080/03071847.2013.787733.

Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America, February 29, 2020, https://www.state.gov/wp-content/uploads/2020/02/Agreement-For-Bringing-Peace-to-Afghanistan-02.29.20.pdf.

Remarks by the President at the Acceptance of the Nobel Peace Prize, The White House President Barack Obama, December 10, 2009, https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/remarks-president-acceptance-nobel-peace-prize.

Remarks by President Biden on Afghanistan, The White House, AUGUST 16, 2021, https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/08/16/remarks-by-president-biden-on-afghanistan/.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Privacy Policy Cookie Policy Termini e Condizioni