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La situazione nella repubblica centro-asiatica del Kazakistan sembra essere ritornata sotto controllo dopo le proteste e la violenta repressione dei primi dieci giorni di gennaio. È tuttora da chiarire, però, quale sarà l’effetto delle manifestazioni di protesta sulla stabilità del paese.

Perché sono scoppiate le proteste in Kazakistan?

Le proteste sono scoppiate in seguito alla decisione del governo kazako di rimuovere il tetto ai prezzi del GPL, il carburante più utilizzato nel paese. Nel 2019, infatti, il Kazakistan ha deciso di liberalizzare il mercato del GPL passando a un sistema di contrattazione online che una volta entrato in vigore ha provocato un raddoppio dei prezzi del carburante (da 0,14 tenge a 0,28 tenge al litro).

Di conseguenza, nelle città orientali di Zhanaozen e Aquatu i cittadini sono scesi in piazza per chiedere al governo di rivedere la propria decisione. Le manifestazioni si sono estese rapidamente in tutto il paese toccando la capitale, Nur-sultan, e la città di Almaty.

Cosa vogliono i manifestanti in Kazakistan?

Il diffondersi delle proteste ha inevitabilmente comportato l’allargamento delle rivendicazioni dei manifestanti, i quali hanno rivolto i propri strali contro la corruzione dilagante e il sistema di potere instaurato da Nursultan Nazarbaev, l’ex presidente del Kazakistan dimessosi nel 2019 e rimasto presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale sino al 5 gennaio scorso. Tale rigido sistema è ben incarnato dall’attuale presidente, Kassym-Jomart Tokaev, il quale ha duramente reagito alle rivolte ordinando alle forze di polizia di sparare sulla folla. Il presidente si è anche premurato di spegnere internet nel tentativo di limitare le comunicazioni tra i vari gruppi di manifestanti e il diffondersi di notizie sugli scontri tra questi e la polizia.

Millantando, poi, l’infiltrazione di terroristi e di non meglio precisate potenze esterne, Tokaev ha anche richiesto l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva che il 7 gennaio ha inviato un contingente nel paese. L’intervento militare, unitamente alla reintroduzione di un tetto ai prezzi del GPL, sembra aver riportato la situazione sotto controllo, tanto che le truppe della CSTO hanno annunciato il loro ritiro lo scorso 11 gennaio.   

Le implicazioni interne…

Il bilancio di cento-sessantaquattro vittime, però, non potrà non avere delle conseguenze di politica interna.

Alcuni effetti sono già visibili. Tokaev ha astutamente approfittato della situazione per rimuovere Nazarbaev dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e assumere l’interim della presidenza. Inoltre, egli ha rimosso il primo ministro Askar Mamin, considerato molto vicino a Nazarbaev, sostituendolo con Alihan Smailov (già vice di Mamin).

È indubbio, quindi, che Tokaev abbia approfittato della situazione per consolidare la propria posizione.  Con un susseguirsi di mosse spregiudicate – come l’arresto per alto tradimento del capo dei servizi segreti, fedele a Nazarbaev – il presidente kazako sta attuando una repressione non solo nelle piazze del paese ma anche nei palazzi del potere contro i propri oppositori.

Questo lascerebbe presagire che politicamente Tokaev non sia tanto forte quanto voglia far credere, essendo generalmente l’uso della repressione e della forza l’ultima arma in possesso dei regimi. Ciò non vuol dire necessariamente che il regime stia per crollare, ma semplicemente che le rivolte di questi ultimi giorni possono aver aperto la porta ad un non auspicabile periodo di instabilità.  

…Ed esterne

La stabilità del paese, invece, interessa soprattutto le due potenze confinanti: Russia e Cina. Mosca ha bisogno della repubblica centro-asiatica per diverse ragioni. La prima è che il Kazakistan è tra i primi produttori al mondo di grano e il secondo esportatore mondiale di farina. Attingere a questo immenso granaio è per la Russia una questione di sicurezza alimentare.

La seconda è che in termini militari, il Kazakistan è un membro di spicco del CSTO e della Shangai Cooperation Organization due organizzazioni fondamentali per la garanzia della sicurezza in Asia centrale. La terza ragione è negli ingenti giacimenti di gas e uranio che il Kazakistan possiede e che la Russia è intenzionata a sfruttare o quantomeno a controllare. Last but not least, circa un quinto della popolazione kazaka è di etnia russa. È evidente quindi come per Mosca la stabilità del Kazakistan sia un bene da proteggere. Per questa ragione Putin ha avuto un ruolo determinante nel dispiegare – per la prima volta nella storia – le truppe del CSTO.

Diversamente, ciò che invece attira la Cina nella partita per la stabilità  kazaka è la posizione strategica del paese in Asia, poiché si tratta di uno snodo fondamentale per la realizzazione del progetto Belt and Road Initiative. Come notato diversi analisti, la Cina potrebbe adoperarsi per la nascita di un asse sino-russo volto alla stabilizzazione del Kazakistan, proprio al fine di non impedire o non rallentare il transito di merci.

Sul piano internazionale, rilevante è anche il ruolo del Kazakistan nella produzione di Bitcoin e criptovalute. È il secondo produttore mondiale di Bitcoin dopo gli Stati Uniti, avendo attratto molte delle imprese di mining in uscita dalla Cina dopo la messa al bando di Pechino dovuta al massiccio consumo di energia elettrica necessario a tale attività. Se è vero che tale questione ha avuto un peso nelle rivolte di gennaio, va anche detto però che essa non inficia i rapporti politici ed economici con la Cina posto che il grande consumo di energia elettrica richiesto dai minatori di criptovalute dovrà essere compensato con l’importazione di energia elettrica o dalla Russia (fonte più probabile) o dalla Cina stessa.

Cosa aspettarci?

Ciò che sembra delinearsi è un Kazakistan senza la figura di Nazarbaev. Il che sembrerebbe una naturale evoluzione delle cose, dato che il leader ormai ottuagenario ha deciso di lasciare la presidenza nel 2019. Tuttavia, un Kazakistan senza Nazarbaev può significare un allentamento dei rapporti con gli Stati Uniti e con l’Occidente controbilanciato da un più forte avvicinamento a Russia e Cina. Ciò avrebbe l’effetto di rendere più difficoltosi gli investimenti in fonti di energia delle imprese europee. Un problema in più nelle già delicate relazioni tra Unione Europea e Russia e che potrebbe avere effetti di lungo termine sugli approvvigionamenti di energia dell’Unione nella sua ricerca di alternative credibili alla Russia.

Fintantoché Tokaev resterà il presidente del Kazakistan, la Russia sarà garante della stabilità del paese e potrà quindi approfittare del suo ruolo per sfruttare le risorse el paese.

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