meme-ucraina-comunicazione-guerra

Poco più di un mese fa, quando la guerra veniva fatta ancora solo ‘a colpi di meme’, abbiamo analizzato la curiosa strategia comunicativa dell’account Twitter ufficiale dell’Ucraina. Quello che è emerso da questa analisi è la nascita di un nuovo modo di fare twiplomacy, ossia public diplomacy su Twitter, dove per public diplomacy si intende una branca della diplomazia il cui scopo principale è quello di coinvolgere attraverso svariati mezzi o attività un ampio pubblico a livello internazionale, di modo che esso possa costruirsi un’opinione favorevole del paese che intente promuoversi. Questo nuovo metodo prevedeva l’uso dello shitposting, soprattutto attraverso i meme, un approccio assolutamente innovativo nel campo diplomatico, ma che è sembrato interrompersi quando la situazione ha iniziato ad aggravarsi e le minacce di invasione hanno iniziato a concretizzarsi. Con l’inizio dei bombardamenti due giorni fa, invece, i Social Media Manager ucraini sembrano ‘aver imbracciato di nuovo le armi’. Vediamo come.

Cosa succede su Twitter durante la guerra

Dopo il meme con Lisa Simpson pubblicato il 13 gennaio, l’account @Ukraine aveva smesso per un po’ con il black humor da social media e aveva mantenuto un ‘profilo più istituzionale’. Nel precedente articolo avevamo ipotizzato che le motivazioni dietro la curiosa linea comunicativa a base di meme fosse quella di fare breccia nel sentimento comune di quella fetta under-35 dell’opinione pubblica occidentale, in quanto è questa ad essere, di solito, la più predisposta alla mobilitazione finalizzata a fare pressione politica. Un primo, sobrio esempio di ciò arriva il 22 gennaio con il lancio dell’hashtag #StandWithUkraine, a tutt’oggi utilizzato per esprimere solidarietà al popolo ucraino.

 Il 24 febbraio, il giorno nero di Kiev, @Ukraine non si fa trovare impreparato e inizia a dare una serie di direttive su come sostenere online il paese; nello specifico, viene lanciata una ‘Twitter-storm’ (probabile derivazione di shitstorm) per mezzo di hashtag da mandare in tendenza:

Non mancano, ancora una volta, le provocazioni ai diretti interessati, con un tweet che cerca di unire suddette provocazioni alla mobilitazione social, delegando lo shitposting ai follower (forse un modo per dimostrare alla Russia il sostegno popolare all’Ucraina e l’unanime condanna per l’invasione?):

Ma la legge dei social non sbaglia mai, sono sempre i contenuti più controversi e (spesso) provvisti di immagini ad attrarre popolarità, e per quanto le decine di migliaia di like degli altri post siano già sintomo di grande partecipazione, è questo tweet con una vignetta satirica raffigurante Hitler e Putin a prenderne più di un milione:

“Questo non è un ‘meme’, ma la nostra e la vostra realtà in questo momento” scrive l’account come nota a margine in risposta al suo stesso tweet. Chi ha avuto a che fare con la comunicazione politica e con l’analisi del linguaggio politico, lo sa bene: in questi casi, anche un semplice pronome può avere un peso immenso. La squadra di Social Media Manager che si cela dietro tutto questo sta lanciando un preciso messaggio: questo è un nostro problema, quindi combatteremo; ma questo è anche un vostro problema, quindi combattete al nostro fianco. Non si tratta più solo di accattivarsi il pubblico con un meme, non è nemmeno una chiamata a partecipare ad una semplice Twitter-storm, questa è una prima vera chiamata alla mobilitazione. Ma l’invito esplicito, senza veli e senza retorica, arriva la sera del 25 febbraio con questo thread (di cui riportiamo alcuni tweet):

Questo è quello a cui veniamo preparati da mesi come opinione pubblica, e adesso è il momento di mettere a frutto il nostro ‘addestramento’. In realtà, già prima della pubblicazione di questo thread, le piazze avevano iniziato a riempirsi, i balconi avevano iniziato a mostrare la bandiera della pace e i monumenti a illuminarsi coi colori della bandiera ucraina. Perché, come è già stato detto, questo era lo scopo sin dall’inizio, solo che, prima di questa assurda settimana di febbraio, non vi erano abbastanza giustificazioni per chiederlo esplicitamente. Perciò si è lavorato con il sottotesto, si è creata l’immagine di un’Ucraina amichevole, simpatica, vicina all’Occidente, un paese che vorrebbe solo vivere in pace e pubblicare i suoi meme con serenità. Non fraintendete, è giusto scendere in piazza per chiedere la pace; probabilmente, fra tutti i motivi per cui protestare e manifestare, è il più sacrosanto. E certo, lo scopo di @Ukraine è solo quello di fare propaganda e di sensibilizzare il pubblico, ma cosa sappiamo di tutti gli altri account che ci circondano in rete e che contribuiscono alla Twitter-storm?

La comunicazione durante la guerra

Più volte è stato detto in questi giorni che questa è anche una guerra di comunicazione, dove in trincea troviamo bot, fake news e tante, tantissime, forse troppe informazioni, di cui molte manipolate. Da anni ormai si parla di una ‘crisi di sovrapproduzione’ dell’informazione, crisi causata anche dalla nascita dei social media, e di come l’eccessiva offerta abbia portato ad una ‘svalutazione’ dell’informazione stessa. Tutti si sentono in diritto di parlare di tutto e il risultato è che spesso ci si trova di fronte a dati e fatti riportati in modo errato, quando non del tutto sbagliati, come abbiamo visto nel caso AvvoCathy:

In questo mare (o marasma) comunicativo è facile annegare e restare intrappolati in abissi oscuri e insondabili, dove ciò che è vero si confonde a ciò che non lo è, a ciò che sembra vero e a ciò che vorremmo lo fosse. Gli articoli di giornale ci attirano con il clickbait, i telegiornali riproducono video di videogiochi: è il paradigma della postverità, ovvero di un utilizzo strumentale di fatti reali che vengono volontariamente manipolati, travisati, quando non del tutto re-inventati, al preciso scopo di persuadere chi li ascolta o li legge. Non è un caso che grande settore comunicativo in ascesa degli ultimi tempi sia il fact-checking. Nel frattempo, la vera ‘expertise’ da ricercare in questo momento nelle figure di diplomatici e analisti (oggi sostituti dei virologi negli studi televisivi) spesso si rivela cauta e restia a dare giudizi definitivi, o riporta dati troppo tecnici per coinvolgere la gente comune. Unica via per orientarsi sembra quella di ascoltare tutti, di leggere tutto e ovunque, di andare alla ricerca di esperti di geopolitica e di podcast di think tank, con la costante consapevolezza che potrebbe non bastare per raggiungere la verità in senso stretto.

In conclusione, attenzione ai meme, frequentatori di social! Oggi vi hanno portato in piazza in difesa della pace. Domani, chissà…

ENTRA SU TELEGRAM E RESTA AGGIORNATO SUL MONDO DI POLITICAMENTE INCOERENTI >>> CLICCA QUI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Privacy Policy Cookie Policy Termini e Condizioni google-site-verification: googlec94f9c0de2af4eca.html