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Siamo tutti condannati a vivere e morire in un mondo maschilista. Questa è la versione prosaica di quanto appena diffuso dal World Economic Forum che, come tutti gli anni, ha nuovamente elaborato e diffuso sul suo sito una classifica dei paesi in base alle disuguaglianze di genere (Global Gender Gap Report) dalla quale è emerso che, nella migliore delle ipotesi, queste differenze verranno colmate solo tra più di 135 anni. Se l’anno scorso il bilancio lasciava sperare in un’attesa ben più corta di circa 99 anni, oggi la situazione è drammaticamente peggiorata. Complice il Covid naturalmente e la sua brutale incidenza sulla componente femminile della società che risulta la più vulnerabile quando si verificano condizioni di estrema incertezza e crisi economica. Così che neanche i nostri figli, forse i nostri futuri nipoti potranno vivere in un mondo più giusto nei confronti delle donne. Sempreché i paesi deficitari si impegnino seriamente ad attuare scelte politiche volte a recuperare il ritardo accumulato nei confronti dei paesi più virtuosi che da diversi anni sono sempre gli stessi in cima alla classifica.

Il report analizza il divario di genere (gender gap) riscontrabile in 156 paesi prendendo in considerazione indici specifici attraverso una metodologia quantitativa dei dati rilevati. La classifica finale è il risultato dei dati estrapolati ed aggregati nei seguenti 4 ambiti: partecipazione economica, istruzione, salute e “political empowerment”, un concetto controverso che misura in buona sostanza la presenza delle donne nei posti di comando politico. In particolare, per quanto riguarda quest’ultimo campo, gli unici indici considerati sono la percentuale della presenza delle donne in Parlamento, il numero di ministeri guidati da donne e il numero di anni durante i quali c’è stata una donna Presidente del Consiglio e/o della Repubblica negli ultimi cinquant’anni. E, com’è ovvio, per quest’ultimo indice l’Italia ha totalizzato un valore equivalente a 0.

Global Gender Gap Report 2021 – www.weforum.org

I dati in Italia

Ma come sta messo globalmente il nostro paese? Beh, nel 2020 l’Italia ha potuto fare un piccolo salto in avanti dal 76° al 63° posto mantenendosi però sempre tra il gruppo delle peggiori in Europa. A quanto pare questo parziale miglioramento è dovuto da una parte al dato positivo delle ultime elezioni che ha innalzato la percentuale di donne in Parlamento (oggi al 35%) e dall’altra alla componente femminile del governo Conte II che ha registrato un miglioramento rispetto a quella del Conte I. Anche il neonato governo Draghi ha mantenuto la stessa linea di continuità in questo senso portando a 8 il numero di ministeri guidati da donne rispetto ai 7 del precedente esecutivo quindi, mutatis mutandi, per il prossimo anno non dovremmo registrare quantomeno un peggioramento in quest’ambito. Tuttavia, è il caso di frenare i facili entusiasmi giacché la presenza delle donne negli enti locali è invece estremamente marginale, ma questi dati non vengono neanche considerati dal Report che analizza soltanto quei pochi indici segnalati sopra di respiro nazionale; ragion per cui questo dato di apparente miglioramento va preso con le pinze.

Difatti, la presenza femminile negli organismi di rappresentanza regionali, provinciali e comunali è attualmente a dir poco imbarazzante dalle nostre parti. Basti pensare al caso del Molise dove addirittura c’è una giunta di centro-destra tutta al maschile, sigh! Oppure ancora pensiamo alla Sicilia dove su 13 membri della giunta, c’è soltanto una donna. Al vertice del potere nelle regioni la situazione è decisamente raccapricciante: dopo la morte di Jole Santelli, c’è solo l’Umbria che vanta una Presidente donna e, ad ogni modo, la percentuale media di donne nei consigli regionali è di circa il 22%, neanche un quarto dei componenti (dati facilmente consultabili sul sito di Openpolis). E se scendiamo di livello amministrativo, la situazione certo non migliora, anzi. Ad oggi solo 1 donna su 7 è sindaco in Italia (circa il 14% del totale) e fortunatamente ci conforta il fatto che si tratti di un dato positivo rispetto alle precedenti tornate elettorali. Ma il magro progresso registrato non è che uno specchietto per l’allodole che distoglie lo sguardo da uno scenario desolante.

Parità di genere: ecco quali sono i paesi migliori

Chi sono, invece, i migliori? Tra le nazioni che danno il buon esempio da almeno un decennio vi sono i paesi scandinavi quali l’Islanda, la Finlandia, la Norvegia, la Svezia e un paese dell’Oceania, la Nuova Zelanda, che da alcuni anni è riuscita a dare lezioni di tenuta democratica a diverse consolidate democrazie occidentali che invece continuano a perdere consensi. Questo stato insulare del Pacifico meridionale situato a quasi ventimila chilometri di distanza dal nostro paese, ci ha gentilmente impartito di recente una lezione (ovviamente non richiesta) di comunicazione politica. Lo scorso autunno, infatti, in piena crisi pandemica vi si sono svolte le elezioni generali in cui si sono sfidate (udite udite!) due donne, la premier laburista uscente Jacinda Ardern e la sua rivale conservatrice Judith Collins. Dall’inizio alla fine, il confronto tra le due contendenti si è basato sul rispetto reciproco grazie al quale non vi sono stati attacchi personali e la popolazione ha potuto scegliere tra due diverse proposte politiche chiaramente delineate e dibattute nei vari confronti tenutisi sulle diverse piattaforme mediatiche. Se alla fine la Premier uscente ha potuto fregiarsi di un deciso trionfo, è stato soprattutto grazie a questo clima sereno di competizione elettorale in cui gli elettori hanno potuto decidere sulla base di temi e proposte facendo pendere l’ago della bilancia per quello che Isabelle Dellerba ha giustamente descritto – su Le Monde – come “un giusto mix di empatia, pragmatismo e coraggio” della Ardern. Inoltre, per acuire ancora un po’ il nostro italiota senso di smarrimento nei confronti di queste strane scelte stilistiche, la sfidante Collins ha pronunciato un toccante discorso a chiusura della campagna elettorale nel quale ha ammesso candidamente la sua sconfitta (“inequivocabile”, ha detto proprio così!) arrivando addirittura a lodare la sua rivale con queste parole: “Chiunque diventi premier deve metterci anima e cuore. Jacinda l’ha fatto, e credo che questa sia una cosa ottima”. A ben vedere, l’Italia è alquanto simile alla Nuova Zelanda per clima ed estensione geografica e ci fermiamo qui: purtroppo bisogna ammettere che ciò che ci allontana tanto da questo paese non sono solo decine di migliaia di chilometri…

Ma cosa c’entra questo con il gender gap? C’entra eccome. Non si tratta solo di aver visto fronteggiarsi sull’arena politica per mesi due donne, il che già sarebbe un forte indicatore della posizione che occupano le donne nell’ambito della partecipazione alla vita politica di un paese. L’esperienza osservata nei diversi paesi in cui si registrano alti livelli di equità di genere ci suggerisce anche che questa conquista si accompagna sempre ad un miglioramento generale del sistema educativo, un alto indice di qualità della vita e un basso grado di corruzione. Non è un caso, ad esempio, che proprio la Nuova Zelanda sia al primo posto nella classifica del 2020 recentemente stilata dalla ONG Transparency International testimoniando come questo paese presenti il tasso più basso al mondo di percezione della corruzione.

In realtà, la situazione di vero e proprio precariato sociale nella quale si ritrovano a vivere le donne in Italia è dovuta ad un sistema culturale ben radicato che fa sì che per anni quest’argomento sia stato affrontato come se si trattasse di qualcosa di residuale, utilizzato qui e là all’unico scopo di abbellire scelte politiche di vario “genere”. Ecco cosa testimoniano ancora una volta questi dati: nonostante l’esempio mostrato da tempo dai paesi scandinavi e da new entry come la menzionata Nuova Zelanda, la classe politica dirigente italiana non riesce a capire che combattere (seriamente, certo) le disuguaglianze di genere garantisce automaticamente un miglioramento generale di tutto il sistema socio-politico. Lo spazio riservato alle donne in una società non è una qualità accessoria di un paese in un dato momento storico: si tratta piuttosto di un dato fondamentale che struttura la democrazia e la compagine sociale determinando tutti gli altri indicatori di benessere. Se, infatti, proviamo ad allargare l’angolo di osservazione del report e guardiamo il posizionamento dell’Italia negli altri ambiti, ci rendiamo conto come il gap da recuperare dal punto di vista socio-economico sia abnorme considerando che ci posizioniamo ultimi nell’area europea esibendo un imbarazzante 114° posto per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita economica e il loro accesso alle famigerate “pari opportunità”. Certo, non si tratta di una novità per chi si occupa di queste cose da anni continuando inutilmente a lanciare segnali di allarme. Qualche mese fa, grazie al report del Censis (gennaio 2021) abbiamo saputo che per quanto riguarda il tema dell’occupazione femminile, il nostro paese  si è piazzato ultimo tra i paesi europei con un misero 56,2% peraltro a fronte di dati più che positivi nell’ambito dell’istruzione dove il divario di genere praticamente si annulla. Le donne studiano di più, si laureano più in fretta e ottengono migliori performances rispetto agli uomini ma nel mondo del lavoro questo trend rosé si interrompe e cambia colore. Si capisce perché il dossier parli lapidariamente di “talento femminile mortificato” e come la questione abbia a che vedere con un cambiamento culturale prima ancora che politico.

Eppure la ricetta c’è. E’ sotto gli occhi di tutte e tutti. Modelli vecchi e nuovi da cui trarre ispirazione per avviare un reale cambiamento ne abbiamo. A proposito di new, val la pena sottolineare come sempre la Nuova Zelanda si sia distinta anche per la modalità di gestione dell’emergenza pandemica grazie ad un tempestivo e durissimo lockdown, un controllo capillare ed immediato di tutti i focolai ed un efficiente sistema di tracciamento dei contatti. Ciò ha consentito di contenere il numero dei morti entro un totale di 26 da inizio pandemia tanto da essere ormai qualificato come paese Covid-free.  Non è che con più donne al potere, ci sia il “rischio” di assistere anche ad un miglior esercizio del potere? Per carità, è solo un dubbio…

“Solo includendo pienamente e significativamente le donne e le ragazze nella leadership e nei
processi decisionali a tutti i livelli, possiamo garantire che le nostre risposte alla pandemia
soddisfino le esigenze di tutti”.

8 marzo 2021, estratto dal videomessaggio della Premier neozelandese Jacinda Ardern alla plenaria del Parlamento europeo

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2 pensiero su “Ultimi dati sulla parità di genere: i paesi migliori”

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