Questione libica

Come ogni anno, la Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza riguardante l’autorizzazione e la proroga delle missioni internazionali dell’Italia. Praticamente nulla è stata l’opposizione considerando che la risoluzione è passata con 438 voti favorevoli, 2 no e 2 astenuti. Anche i deputati di opposizione di FDI hanno votato a favore, mentre una piccola frangia di 30 deputati tra PD, M5S e Leu ha provato invano a far approvare un emendamento che metteva in discussione la collaborazione tra l’Italia e la Guardia costiera libica per il monitoraggio dell’immigrazione in mare. Invano, appunto. L’unico risultato è stato quello di far votare la risoluzione per parti così che il gruppo sparuto di oppositori ha potuto esprimere il proprio no alla parte riguardante il rifinanziamento della missione bilaterale italiana di cooperazione con la guardia costiera libica. 

Questa ricorrenza politica è coincisa stranamente con un grave lutto che ha subito il mondo della storiografia e dell’intellighenzia italiana: una ventina di giorni fa è venuto a mancare un grande studioso del colonialismo italiano, Angelo Del Boca. Del Boca è stato per molto tempo una voce fuori dal coro, tra i pochi studiosi che hanno avuto il coraggio di svelare e documentare la parte oscura e poco o mal raccontata del colonialismo italiano dall’Unità all’epoca fascista. Con la pubblicazione nel 2005 del suo pamphlet “Italiani, brava gente? Un mito duro a morire”, la popolarità di Del Boca raggiunse anche il grande pubblico dei non addetti ai lavori e si cominciò finalmente a parlare dei massacri di massa e degli eccidi perpetrati dai nostri soldati nei territori africani. Come recita il titolo, l’autore intese proprio apertamente sfidare il mito degli “Italiani brava gente”, adducendo prove storiche inconfutabili a riguardo come la testimonianza di Mohamed Fekini, un resistente libico che si era battuto contro l’occupazione italiana in Libia . Già, non esiste solo la resistenza italiana ma è resistenza qualunque attività di difesa attiva contro la prepotenza dell’occupante. Il grande merito di questo studioso è l’averci ricordato che non solo non siamo stati bravi in quelle terre lontane ma siamo stati veri e propri carnefici, che ci piaccia o no. E sarebbe già molto cominciare ad ammetterlo.

Tuttavia, il mito “italiani brava gente” gode ancora di ottima salute presso la pubblica opinione, rinvigorito anche dal successo delle missioni di pace in Libano portate avanti dai nostri militari fin dal 1982. Agli inizi del ventunesimo secolo, poi, con l’emergenza immigratoria in casa e un paventato razzismo che cominciava a fiorire, quel mito ci ha rassicurato raccontandoci candidamente la seguente versione dei fatti, volutamente banalizzata: “noi non abbiamo mai colonizzato brutalmente come gli inglesi o i francesi che hanno commesso ogni tipo di nefandezze ed ecco perché loro – non noi – devono difendersi dal risentimento degli ex colonizzati che pretendono un risarcimento per quel passato ingiusto. Noi, no. Noi al massimo abbiamo cercato di civilizzare, abbiamo portato la modernità in mondo selvaggio e abbiamo finanche provato a fraternizzare con le popolazioni africane. Poi siamo andati via, quasi in silenzio. Lo dimostra il successo delle missioni all’estero dei nostri militari, prima fra tutti quella in Libano. Noi, italiani, siamo diversi, siamo brava gente.” Una vulgata abbastanza diffusa, difficile negarlo. E, tutto sommato, al netto delle polemiche e delle critiche che possono sempre rinvenirsi, missioni come la UNIFIL possono essere annoverate tra le poche – forse pochissime – missioni di peacekeeping riuscite da cui la popolazione locale ha potuto trarre qualche giovamento e che hanno mantenuto un certo, per quanto fragile, equilibrio. Ma di qui a dire che questa è l’ennesima conferma che l’esperienza della colonizzazione sia stata quasi uno scherzo o un’opera di civilizzazione con qualche trascurabile incidente di percorso ce ne passa.

Certo, soltanto una retorica pretestuosa poteva pretendere di legare insieme due fenomeni diversi per genesi e natura costitutiva. Com’è stato possibile unire una visione edulcorata del colonialismo italiano del secolo scorso e un’operazione di peacekeeping degli ultimi decenni per sostenere una tesi così bislacca e totalmente sbagliata dal punto di vista storiografico? Il merito di Del Boca è stato proprio quello di spezzare questo ragionamento destituendo di valore la premessa principale, asserendo con fatti e nomi che la storia del colonialismo italiano non fu affatto un’operazione di civilizzazione pacifica. A meno che con “civilizzazione pacifica” non ci si riferisca alle vere e proprie stragi, come dice Del Boca, compiute da “uomini comuni” che agivano “per spirito di disciplina, per emulazione o perché persuasi di essere nel giusto eliminando “barbari” o “subumani”. I miti però, si sa, sono duri a morire. Soprattutto quando rassicurano, alleviano pesi sulla coscienza storica di un popolo e lo fanno dormire la notte, sereno.

Approvata al risoluzione che proroga le Missioni Internazionali dell’Italia. Questione libica e non solo

La notizia degli ultimi giorni dell’approvazione da parte della Camera della risoluzione di maggioranza che autorizza le Missioni militari all’estero deliberate dal governo ha qualcosa di sinistramente in comune con questa cattiva coscienza che ci siamo ricuciti addosso. Tra queste missioni vi è naturalmente la Missione in Libano il cui comando è stato assegnato per la quarta volta all’Italia nella persona del generale Stefano De Col. Per quest’anno la presenza italiana in Libano vedrà un aumento consistente sia in termini quantitativi (1.301 uomini in più oltre le 402 unità intervenute nella “Emergenza Cedri” per supportare la capitale Beirut in seguito all’esplosione del 4 agosto scorso) sia qualitativi poiché il nostro paese si appresta ad aderire alla Maritime task force di Unifil in modo da poter monitorare il paese anche nelle acque territoriali.

Ma il Libano non è l’unico teatro in cui operano le nostre forze militari in missione all’estero. Sono complessivamente 40 le missioni internazionali approvate che hanno ricevuto l’avallo di nuovi finanziamenti delle quali 38 già in atto nel 2020 mentre 2 nuove se ne sono aggiunte che andranno ad operare rispettivamente nello Stretto di Hormuz e in Somalia. Tuttavia, nessuna delle 40 missioni autorizzate ha destato particolare interesse nell’aula di Montecitorio, tranne quella riguardante la questione libica. Non vi è stata alcuna discussione circa la gestione delle missioni all’estero né su eventuali modifiche da apportare e questo la dice lunga sia sul tenore asfittico del dibattito parlamentare che sull’interesse che suscita la politica estera e di difesa presso i nostri rappresentanti politici. Invece, dato che la questione libica ha immediati risvolti nella politica interna ed è strettamente legata al tema dell’immigrazione, alcuni parlamentari (30) hanno sollevato qualche ragionevole obiezione.

Con il voto della Camera, infatti, è stato approvato un aumento di 500 mila euro rispetto al 2020 del fondo destinato a sostenere la Guardia costiera libica nella sua attività di intercettazione in mare e sbarco nei porti libici di rifugiati e migranti. Tale sostegno è stato mantenuto senza soluzioni di continuità fin dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia del 2017 sottoscritto dall’allora Ministro dell’Interno PD Marco Minniti. Inoltre, sono stati aumentati anche i finanziamenti alle missioni Irini e Mare Sicuro rispettivamente di 15 e 17 milioni rispetto al 2020, missioni finalizzate de facto sempre a sostenere le attività delle forze libiche nella gestione dei flussi migratori. E sappiamo bene tutti come si concretizza quest’attività di gestione dopo gli scandali suscitati dalle innumerevoli denunce e video diffusi sui centri di detenzione in Libia. Confortati da dati e report di ONG e persino dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’ONU, i 30 parlamentari hanno protestato contro una politica che si rifiuta di riconoscere la vera natura della Guardia costiera libica, un gruppo composto principalmente da ex militari e trafficanti che svolgono un ruolo tutt’altro che umanitario nelle acque del Mediterraneo. 

Soltanto a fine serata si è giunti all’approvazione di un emendamento nel quale si impegna il governo a verificare le condizioni per “razionalizzare la struttura di comando e potenziare il ruolo europeo”. In realtà, dopo la bocciatura in aula di una risoluzione ben più ambiziosa che richiedeva la sospensione immediata del supporto italiano alla Guardia costiera libica, l’emendamento approvato è chiaramente un compromesso al ribasso con il quale si fa semplicemente appello ad un maggiore coinvolgimento dell’UE. Il sottotesto è la volontà dell’Italia di trascinare nella questione immigratoria anche la governance europea la quale finora è rimasta alquanto nell’ombra. Ma, come giustamente ha sottolineato Palazzotto primo firmatario della risoluzione respinta, “Non è sufficiente spostare la catena di comando dall’Italia all’Europa: mantenere in vita questo sistema di respingimento resta una violazione del diritto internazionale che mina alle fondamenta la nostra civiltà giuridica”.

A nulla sono valse le richieste di non avallare accordi in palese violazione dei diritti umani, rivolte al parlamento italiano da decine di ong come Action Aid, Amnesty International, Oxfam, Medici Senza Frontiere e Human Rights Watch che nei giorni scorsi avevano anche diffuso una campagna sui social al grido di #iononsonodaccordo.  Anche personaggi del calibro di Roberto Saviano avevano apertamente aderito a tale campagna chiedendo al governo di non rinnovare la collaborazione con la Guardia costiera libica e di provvedere piuttosto a spendersi per la chiusura immediata dei centri di detenzione libici e per esercitare pressione sul governo libico affinché si decidesse a ratificare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e i richiedenti asilo del 1951. In aggiunta, il 7 luglio Amnesty International ha pubblicato sul suo sito un report dal titolo evocativo “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione abusivi in Libia” liberamente consultabile nel quale vengono documentate tutte le torture, uccisioni e violazioni sistematiche di diritti umani perpetrate nei lager libici. Un circolo infernale che si ripete come un noto copione tra partenza, viaggio, ritorno e/o morte in mare. 

Ma, come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore. Diversi attivisti puntano il dito contro il nostro paese ritenendolo indirettamente responsabile delle violazioni dei diritti umani ma, ancora una volta, si preferisce non vedere. D’altronde, l’Italia è in ottima compagnia dato che l’Europa è un attore consenziente ed evanescente in questa vicenda. Fu proprio Del Boca a rilasciare qualche anno fa un’intervista illuminante in cui denunciava l’indifferenza colpevole dell’Europa e dell’Italia nei confronti delle vite dei migranti in fuga da territori martoriati verso i quali l’Occidente ha un debito morale e storico enorme. Nella stessa intervista lo studioso si scagliò anche contro l’intervento scellerato della Francia in primis e della Gran Bretagna – con la partecipazione “tardiva” dell’Italia – di attaccare la Libia di Gheddafi, una decisione che ha radicalmente sconvolto lo scenario geopolitico nordafricano ed europeo e di cui paghiamo le conseguenze fino ad oggi. Allo stesso modo, in linea con il suo lavoro e con il suo pensiero non approvò gli accordi italo-libici del 2017 che in questi giorni, appunto, sono stati rinnovati. Come avrebbe potuto approvarli? Lui che come studioso e intellettuale aveva profuso tutto il suo impegno nello smascherare i falsi miti, i sepolcri imbiancati, le false verità comode.

Oggi non esistono più le colonie e quel che accade fuori dai nostri confini non ci riguarda a meno che abbia qualche ripercussione all’interno del nostro paese. Diciamoci la verità: in una visione delle relazioni internazionali ispirata alla realpolitik, questa visione è assolutamente legittima. Quando, però, vengono invocati principi di solidarietà internazionale e di collaborazione tra popoli per avallare accordi che contraddicono nei fatti quegli stessi principi, allora meglio dire chiaramente che si è scelto di non vedere quel che accade al di fuori dei nostri confini pur di garantire la sicurezza interna. Del tutto legittimo, si intenda. Ma è quantomeno coerente ribadire che si tratta di sepolcri imbiancati.  È un po’ la nostra cattiva coscienza che si è imborghesita e continua a non voler vedere quel che accade non solo in un luogo lontano popolato da deserti, beduini e “beati selvaggi” da civilizzare ma nei nostri mari, a poche miglia dalle nostre coste o finanche sotto casa. 

“Il mito degli “italiani brava gente” non ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico. Esso è stato arbitrariamente e furbescamente usato per oltre un secolo e ancor oggi ha i suoi cultori, ma la verità è che gli italiani, in talune circostanze, si sono comportati nella maniera più brutale, esattamente come altri popoli in analoghe situazioni”.

Angelo Del Boca da “Italiani brava gente?”

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