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Ci sono due tipi di persone: chi scandisce il proprio tempo tra una campagna elettorale e l’altra e chi mente. Pure questa tornata, è andata. Sì, ci sono i ballottaggi, ma come direbbero quelli bravi: alea iacta est! E allora, in attesa di conoscere gli esiti del 17 ed il 18 ottbre, facciamo un primo bilancio chiedendoci: come escono i leader dalle elezioni amministrative?

Elezioni Amministrative: come ne escono i leader

Chi sale

CALENDA – Carlo Calenda, in campagna elettorale da un fantamilione di giorni, esce rafforzato dopo l’ultima tornata elettorale. Non ha vinto le elezioni, ok, ma non è sempre quello l’obiettivo di chi scende in campo, così come a volte vincere le elezioni non basta. Insomma, bisogna entrate nelle pieghe e nei dettagli.

I dettagli dicono che la lista di Calenda è stata la più votata di Roma. Quasi 194mila voti ed un 19,04% che lo porta ad eguagliare Virginia Raggi la quale, però, correva con ben 6 liste. Un risultato importante che – in nome della credibilità politica – non è stato sacrificato sull’altare del vantaggio politico momentaneo: correre con una sola lista, rinunciando a qualsivoglia accordo con altri attori, lo ha reso credibile e coerente con il suo background. Background che lo ha visto – nell’ultimo anno – porsi come outsider tattico e portavoce di una sorta di terza via. Triangolatore tra la politica mainstream – contro il PD – e quella populista – contro il cdx -. Linea che, tra l’altro, sta perdurando anche in queste ore con il rifiuto di fare un endorsment auentico a Gualtieri: “Meglio un’pposizione costruttiva”.

Questo atteggiamento coerente gli gioverà nei prossimi mesi quando con Azione tornerà nell’orbita Nazionale e ci tornerà con una credibilità del tutto nuova, forte di un risutato, checché ne possa sembrare, importante. Chissà che non possa diventare, alla luce di questi ultimi avvenimenti, il frontman di un futuro polo di centro, di cui da sempre si parla ma mai s’è fatto. Calenda, con la sua competenza mixata ad una istintiva passionalità/irascibilità potrebbe essere la persona giusta. Anche perché forse c’è stato un qui pro quo in questi anni: chi l’ha detto che un leader di centro debba essere un moderato? Calenda – l’estremista di centro, come lo ha chiamato simpaticamente Livio Gigliuto dell’istituto Piepoli – potrebbe tracciare la via.

LETTA – Finalmente sta sereno, Enrico. Il PD – con 738k voti – è stato il partito più votato nei comuni con più di 15k abitanti (fonte Youtrend) ed ha il merito di aver eletto 3 candidati nei 5 comuni più importanti: Sala (Milano); Manfredi (Napoli); Lepore (Bologna) ed è ancora in corsa nei ballottaggi con Gualtieri (Roma); Lo Russo (Torino); Russo (Trieste) e Coletta (Latina). Il segretario potrebbe presto vantarsi di un all in nelle realtà locali sotto la sua egida, quelle realtà locali dove storicamente va forte la sinistra. Ciliegina sulla torta: Letta è diventato Deputato della Repubblica Italiana avendo vinto le Elezioni Suppletive nel collegio di Siena. Campagna elettorale chiara, semplice, inclusiva e senza simboli. Insomma, la sua linea alla lunga sta fornendo risultati importanti: all’interno del csx dovranno iniziare a rivedere un po’ la sua leadership.

MELONI – Il centrodestra ha un nuovo cuore pulsante: è quello di Giorgia Meloni. È Fratelli d’Italia l’unico attore capace di sbaragliare le carte in tavola. Dopo il PD, è proprio FDI il partito più votato d’Italia. Giorgia ha creato un porto sicuro e confortevole per coloro i quali rigettano la linea governista, il suo partito è ad oggi l’unica vera voce anti sistema. Un contenitore unico, dove stanno confluendo tutti gli italiani alla ricerca di una voce anti establishment.

Chi scende

CONTE – AAA Cercasi Movimento 5 Stelle. La loro dissoluzione è una cartina di tornasole del momento storico attuale: i sussulti euroscettici ed anti sistema di 5 anni fa sono del tutto spariti – anche nel M5s per inciso – e la caduta della Raggi a Roma ha il sapore della caduta dell’ultimo baluardo del celodurismo grillino, quello della prima ora. Parlo di Roma perché è sintomatica del tracollo: l’11% sancisce la perdita di 1/3 dei consensi rispetto al 2016. Il calo d’affulenza – diffuso in tutto lo stivale – delle periferie romane ha il sapore della bocciatura totale per la Sindaca Raggi.

Ma il 5s non è andato meglio altrove: a Milano Layla Pvaone è stata superata da Gianluigi Paragone (tu quoque gigi fili mi); a Torino Valentina Sganga è fuori dai giochi; a Latina Gianlcuca Bono non ha mai fatto parte dei giochi; gli unici successi sono avvenuti grazie alla salita sul carro vincente: Manfredi e Lepore, vittoriosi in quanto arroccati sullo scudo dem.

Ora deve metterci la faccia, Conte. A lui l’onere di raccogliere i cocci andati persi lungo lo stivale. L’hype intorno a lui è ancora palpabile, ma l’hype intorno al M5s non esiste più: i fan di Conte non sono necessariamente fan del Movimento. Urge una ristrutturazione in questo senso, anche a livello di comunicazione.

SALVINI – Per una Giorgia che sale c’è un Matteo che scende: questo è il trend Nazionale dell’ultimo anno, questo è emerso dalle urne delle elezioni amministrative. La confluenza nel governo Draghi non ha aiutato ed ha immesso confusione nell’elettorato leghista: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, siamo euroscettici o europeisti? Governisti o casinisti? I pezzi cadenti da queste scorie, vanno tutti alla Meloni. Nel frattempo Salvini ci mette la faccia e poi fa quello che meglio sa fare: fare framing per cambiare argomento. Ancora una volta, prendosela con la Ministra Lamorgese. Spostare l’attenzione da un’altra parte con la mossa Kansas city, che non sempre gli riesce però. Nel frattempo, l’asse Zaia-Giorgetti-Fedriga gli mette il fiato sul collo.

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Di Giovanni Manco

Giornalista pubblicista, consulente per la comunicazione politica ed il marketing elettorale. Classe 1995. Decisamente incoerente. Scrivimi: giovanni.manco@hotmail.it

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