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La Leopolda? Chissenefrega, un gruppo di persone che se la cantano e se la suonano. Che se Renzi dice loro che i 5 Stelle fanno schifo, allora fanno schifo; se dice che bisogna allearsi, si alleano. Un gruppo di persone che parlano solo di quello che dice Renzi, chissenefrega!”. Come al solito, senza troppi giri di parole, Carlo Calenda commenta così l’annuale kermesse renziana tenutasi nello scorso week-end. Lo stesso Calenda che invoca ad un “nuovo grande partito riformista” ma che nega e si oppone con tutte le proprie forze alla formazione di un “grande centro”. Quale sia la differenza tra un nuovo partito che abbracci tutte le forze riformiste ed il “grande centro misto” tanto criticato dall’ormai ex candidato a sindaco della Capitale ancora non è ben chiaro. Pare che l’unico punto in comune con il leader di IV sia la totale opposizione al dialogo con le forze pentastellate, salvo poi votare la fiducia allo stesso governo caratterizzato da una forte presenza gialla.

Grande centro: Renzi tende la mano, Calenda no

Eppure Matteo Renzi, rivolgendosi proprio al partito di Calenda, Costa e Richetti (ex renziano di ferro, per altro) senza troppi giri di parole durante la Leopolda si è espresso cosi: «Mi sembra impossibile andare divisi alle prossime elezioni». Ma allo stesso tempo Calenda sostiene che Renzi sia a conoscenza delle condizioni principali per cui possa avvenire un grande matrimonio politico ed elettorale, criticando quella “mancanza di linea politica” da parte di Italia Viva che impedirebbe, almeno per il momento, il concretizzarsi del grande sogno riformista mai realizzato.

L’impressione più semplice e di facile impatto è che dopo il buon risultato delle amministrative di Roma ed un flebilissimo segno “più” sui sondaggi, i big di Azione abbiano scelto di guardarsi molto bene dall’associare quel simbolo, ormai da qualche settimana diventato blu e verde a seguito della svolta “green” del partito, all’uomo meno popolare della politica italiana. Un po’ come cercare di starci insieme senza farlo sapere, perché in cuor loro sanno bene che associare l’immagine di Azione e di Calenda a Renzi ed Italia Viva sarebbe forse la scelta comunicativa peggiore da fare, che vanificherebbe gli sforzi ed i frutti raccolti da 365 giorni di campagna elettorale intensa ed impegnativa.

Da parte di Renzi, a parte qualche battuta lanciata dal palco della Leopolda, non c’è mai stata una vera e proprio apertura di trattativa, non ha mai raccolto positivamente e con entusiasmo la grande sfida di un “partito liberaldemocratico
e riformista che porti avanti il modo di governare di Draghi”
lanciata da Calenda, eppure il suo più grande vanto è proprio quello di aver portato l’ex presidente della BCE a Palazzo Chigi.

Insomma, Renzi e Calenda parlano la stessa lingua, si ispirano allo stesso leader. Chiedono, anche se in termini diversi, lo stesso modo di ripensare la politica contro il così tanto odiato “bipopulismo”. In sostanza,
vogliono la stessa cosa e, forse, le strade tra i due non sono più così diverse e lontane. Ma, come al solito, la comunicazione politica fa da padrona e, con il Quirinale alle porte, forse è troppo presto per uscire allo scoperto. Meglio
tenere le carte coperte perché, specialmente nel periodo più delicato della Repubblica che ricorre ogni sette anni, quel che si dice ha poca importanza. L’importante è quel che sarà.

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