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La pandemia degli ultimi mesi ha costruito scenari che in pochi avrebbero immaginato. Sono tanti gli appuntamenti con la storia di cui siamo quotidianamente protagonisti e la nostra condizione di cittadini semplici fa quasi fatica a realizzare: Vladimir Putin corre in soccorso di un lusingato Donald Trump, la Cina spalanca gli occhi a mandorla sul mondo, Cuba e Albania ottengono un principio di riscatto internazionale…

Ma esistono alcune certezze che non cambiano mai, e noi – da italiani orgogliosi del passato – ce le teniamo strette. Non esiste divisione che la pandemia non possa unire, forse. Siamo tutti cittadini del mondo impegnati in una battaglia comune, eppure sembra che “fatto il Coronavirus, bisogna ancora fare gli italiani”.

L’Italia a due velocità

Sulla situazione italiana degli ultimi mesi è concentrata l’attenzione mediatica internazionale, e ogni dato elaborato in casa nostra è una cassa di risonanza a livello mondiale. Gli stranieri continuano però a guardarci come un paese diviso, impegnato a combattere una guerra su più fronti per la quale non siamo in grado di costruirne uno, compatto, comune.

Per molti Cristo resta fermo ad Eboli, mentre l’Italia faticosamente cammina a due velocità, tra chi si prodiga per ripartire e chi allegramente continua a vivere all’insegna della spensieratezza meridionale. E così, per colpa di “quelli di giù” siamo tornati ad essere – secondo alcune testate nazionali – il Paese di Pulcinella, dove la quarantena si fa “alla napoletana” e si è già certi che la foga per le tradizioni non riuscirà ad impedire ai folkloristici meridionali il tipico smercio di pastiere e pizze clandestine durante le imminenti festività pasquali.

Sono già molte le foto che – senza alcun riferimento temporale – continuano a circolare in rete, ritraendo soggetti irresponsabili in libera uscita intenti a violare le misure restrittive.

Anche in Liguria la situazione è simile a quella di tutta Italia

Eppure, nel piano Sud qualcosa sta funzionando, ben al contrario di ogni previsione. Secondo le ipotesi di molti, l’epidemia nel Meridione avrebbe arrecato danni incalcolabili, e il fardello dell’intero paese sarebbe stato ancora una volta quello di supportare un Mezzogiorno non capace di fronteggiare le emergenze in autonomia. Il tutto avrebbe – senza ipocrisia alcuna – previsto un certo accanimento su strutture sanitarie precarie e personale medico non all’altezza.

Del resto, si sa, la punta della penisola è da sempre il covo degli assenteisti cronici, e finanche il virus più impegnativo nulla avrebbe potuto contro i maghi del cartellino. A colpi di fake news – come quella prontamente smentita dei 249 medici in malattia dell’Ospedale Cardarelli di Napoli – è stata combattuta una crociata contro il settore più vulnerabile dell’intera vicenda nazionale, il quale al Sud arranca con la stessa stabilità di una gamba amputata: la sanità.

Gli effetti della pandemia al Sud

Mentre – a ragione – si esaltavano le gesta dei medici accorsi da tutto il mondo, si verificava una migrazione silenziosa, nell’indifferenza comune, di centinaia di professionisti del settore sanitario, provenienti da diverse realtà meridionali con l’intento di assistere i connazionali. Il che fa strano, se si pensa che in tempi di guerra la solidarietà si paga, e – in fin dei conti – l’unica gratuità di aiuti su cui contare sarebbe proprio quella di casa nostra.

Per chi è rimasto a combattere il caos in regioni come la Campania, è stato inoltre necessario improvvisarsi geni della logistica, nel cercare di sistemare i pazienti in un numero insufficiente di posti letto, ma anche a questo i connazionali di giù sono da sempre ben allenati.

In tale panorama si è riuscito ad elaborare un protocollo di cura, ben presto etichettato come poco accurato e di dubbia efficacia, deriso insieme al suo fondatore. Il metodo ha però iniziato a funzionare e – dato che in situazioni di emergenza contano solo le azioni concrete e non le supposizioni – “la soluzione Sud” ha finito per essere utilizzata in mezza Italia.

Ma qualcosa funziona

Alcuni attribuiscono la scarsa propagazione del virus al Sud alla quarantena permanente dei meridionali, in qualità di lavoratori non particolarmente devoti. Sarà, ma ad ogni modo l’obiettivo su cui centrare l’attenzione è che i contagi riescono ad essere contenuti, e no, il merito non è da conferire alla miracolosità di San Gennaro. Nel Belpaese in pochi se ne accorgono, ma all’estero qualcuno nota un potenziale sviluppato nel nostro Mezzogiorno.

Sky News UK dedica un servizio all’Ospedale Cotugno di Napoli, sostenendo che “mentre la velocità della tempesta virale ha colto tutti di sorpresa al nord, travolgendo gli staff medici, le cose in questo ospedale sono andate diversamente: i livelli di sicurezza ed organizzazione sono altissimi e tutti gli operatori svolgono i loro turni seguendo protocolli organizzati in maniera talmente efficiente da farne un ospedale italiano modello, l’unico in Italia al 100% dedicato ai pazienti Covid-19, con zero contagi tra il personale medico e paramedico” . Anche in questo caso, uno dei pochi media a riportare la notizia è stato il profilo Facebook del sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

Insomma, la pandemia ci unisce ma c’è ancora chi vive sopra e chi sotto. Casa Italia resta per molti una divisione tra attico e cantina. Al Governo l’arduo compito di smorzare qualsiasi spiraglio di questione meridionale sul nascere, ben consapevoli che il divario tra Nord e Sud non si gioca solo sullo smartworking, e che l’emergenza Coronavirus non fa passare in secondo piano determinate difficoltà, anzi, le aggrava. È solo così che alla fine davvero #andratuttobene.

Altrimenti? Lanciafiamme.


Di Caterina Bruno

Esperta in comunicazione e marketing politico. Giro il mondo per raccontare tutto ed il contrario di tutto. Mail: brunocaterina1@gmail.com Facebook: Caterina Bruno Twitter: __cateb

Un pensiero su “Cosa vuol dire essere Terroni in tempi di pandemia”
  1. Oggi ogni città italiana è una città mondo. Una città mondo è oggi tutta l’Italia,da Nord a Sud e ritorno.Una grande e unica piazza(non solo virtuale). La parola che mi sento di condividere, di stretta attualità legata al COVID-19 è ABBRACCIO. Come mai “Abbraccio”? Per me, in italiano ha un suono molto sincero, molto importante. Per me la parola”Abbraccio”, ha anche un altro significato: tu puoi contare su di me. Vuol dire che siamo “giocatori” della stessa squadra. Vuol dire “Sono felice ed orgoglioso di essere il tuo compagno di squadra”.Ovvio, in questi tempi, non si abbracciano le persone!Ma la parola serve come l’abbraccio fisico. Come dicono nella psicologia è un “rinforzo”. Cioè, la persona che lo sente o lo legge sa di avere qualcuno nel suo “angolo”. Oppure come dicono i soldati, nei tempi di guerra” Lui è uno che voglio nella mia trincea quando c’è da fare la battaglia “. La parola ABBRACCIO, ai tempi del Coronavirus, è uscita fuori dalla sua nuvola rosa, per vestirsi dell’ansia del contagio. E allora che facciamo? Impariamo ad abbracciare l’ansia. Che l’abbraccio trasformi il cane da guardia delle nostre paure in un’opportunità. Per abbracciare chi siamo, chi vorremmo essere e chi saremo una volta finita l’emergenza.

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