coronavirus

Metti un’emergenza internazionale dettata da uno stato di pandemia, paesi esteri che chiudono i confini, cittadini italiani che hanno il bisogno di tornare a casa, e al capo dell’allegra brigata di buon Gigi Di Maio. Cosa può succedere?

È questo l’esperimento sociale a cui si sono sottoposti molti dei nostri connazionali, i veri supereroi di viaggi della speranza che ricorderanno a lungo. Se per gli italiani sparsi nel continente il salvataggio è avvenuto attraverso epiche spedizioni in pullman, alla conquista della Spagna in pieno clamore e propaganda mediatica, i veri Indiana Jones si sono rivelati essere tutti gli expats momentaneamente lontani da mammà Europa.

Coronavirus e tutti a casa (?)

In Russia – dove la situazione si sta momentaneamente aggravando – sono presenti molti studenti e professionisti italiani. Francesco frequenta in pianta stabile l’Università di Mosca, e ci ha raccontato la circostanza surreale vissuta quando l’ Italia era inizialmente ancora uno dei pochi paesi interessati dal Coronavirus: ” Le persone erano convinte che in Russia il Coronavirus non sarebbe mai arrivato. Ricordo che durante un viaggio in treno mi è stato fatto un segno della croce ortodosso, per scongiurare il rischio che – in quanto italiano – potessi essere portatore di contagi”. In merito all’esperienza del rimpatrio aggiunge: “Ho deciso non a cuor leggero di tornare a casa dopo che la Russia aveva chiuso le frontiere, ero in contatto quotidiano con il Consolato italiano a Mosca che mi forniva informazioni vaghe e soggette a continue variazioni sull’eventualità di organizzare un volo di ritorno. Ho avuto dei momenti in cui mi sono sentito abbandonato dal mio Paese“.

Esperienza memorabile

Anche Matilde – studentessa di scambio in Russia – mette in luce una serie di criticità nella gestione dei rimpatri: “Ci hanno avvisato di acquistare il biglietto solo due giorni prima della data di partenza nella confusione e caos generale. Il volo charter è stato posticipato più volte, e ciò che mi ha lasciata maggiormente perplessa è stato il costo del biglietto, ben più elevato rispetto a quello di un normale volo di linea, quasi una speculazione ai danni di chi si trova in stato di necessità. Inoltre, benché in aereo sia stata rispettata la regola del posto vuoto di distanza, tra una fila e l’altra non vi era il distacco di 1 metro. Mi sono sentita poco tutelata dal punto di vista sanitario”.

Dispositivi sanitari in vendita all’aeroporto di Mosca

Non se la sono passata meglio gli italiani presenti in paesi ancora più lontani. Francesca, 23 anni, studentessa di giapponese ad Okinawa racconta che: “Arrivata in Giappone è scoppiata la pandemia ed ho iniziato ad interessarmi sulle modalità per tornare a casa. Non ho ricevuto risposta né dalla Farnesina né dall’Ambasciata, è stato solo grazie ad un amico del posto che sono risalita ad un numero di emergenza. Dopo varie peripezie e scali per l’Europa sono riuscita a tornare autonomamente a casa ed ora sono in isolamento, ma la cosa più assurda è stata che prima della partenza dal Giappone nessuno ha controllato la nostra temperatura corporea ed eravamo ammassati durante il volo. Ciò mi ha intimorita molto”.

Provaci ancora, Gigi!

Sono ancora molti gli italiani che continuano ad essere bloccati per il mondo in attesa di un intervento delle autorità nazionali. Siamo costantemente bombardati da dichiarazioni provenienti dagli addetti ai lavori su quanto tutto sia complicato, ma per organizzare un piano di intervento da qualche parte si dovrà pur iniziare. Il nostro Ministro degli Esteri tenta di portare a casa qualche risultato, e magari a volte gli riesce anche, ma come atteggiamento di base continua ad essere distratto e ad applicarsi poco. Poco buona la prima, Gigi, ma si può sempre migliorare…

Voto di incoraggiamento: 5+

Di Caterina Bruno

Esperta in comunicazione e marketing politico. Giro il mondo per raccontare tutto ed il contrario di tutto. Mail: brunocaterina1@gmail.com Facebook: Caterina Bruno Twitter: __cateb

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