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31 marzo 2022. Per chi non l’avesse ancora fatto, questa è una data da segnare in rosso sul calendario. Quel giorno l’Italia dirà definitivamente addio allo stato d’emergenza in essere da oltre due anni. Era il 31 gennaio 2020, infatti, quando l’allora premier Giuseppe Conte constatava il primo caso da Covid-19 nel nostro paese. Da lì in poi, c’è stata la progressiva chiusura del paese. Da aprile gli italiani potranno finalmente lasciarsi alle spalle questo periodo. Non senza patemi d’animo, a dire il vero, dato lo scoppio della guerra in Ucraina e le ripercussioni, psicologiche ed economiche, che il conflitto sta avendo nella vita di tutti i giorni. Sembra quasi, anzi, che non ci sia più spazio per parlare del virus e che l’intera attenzione mediatica sia stata invece catturata completamente dallo scontro russo-ucraino. Un cambio di tematiche che tuttavia non si percepisce nella strategia comunicativa, dato che la comunicazione politica e giornalistica degli ultimi due anni ha attinto per descrivere l’andamento del Covid, proprio dal lessico bellico. Cambia, dunque, il contesto ma non la retorica, come se in Italia si potesse sopportare una sola guerra alla volta.

 Ma è davvero così? Cambierà davvero in maniera sensibile la vita degli italiani dal prossimo aprile? Nei fatti, sembra in realtà ancora una volta tutta una questione di comunicazione, piuttosto che di provvedimenti veri e propri. Per provare a rispondere bisogna procedere con ordine.

Covid, il fallimento della comunicazione di guerra

Eroi in corsia contro un nemico comune, con un bollettino quotidiano a rendicontare le perdite: è da due anni a questa parte che siamo bombardati da vere e proprie notizie dal fronte. Il passaggio dal Conte II al Draghi I ha, di fatto, marcato ulteriormente questo tratto. In questo senso, la nomina del Generale Figliuolo a commissario straordinario per l’emergenza ne è stata la controprova. L’intero impianto comunicativo del nostro paese, tanto dei media quanto degli organi istituzionali, ha insistito quotidianamente sulla retorica del virus come nemico da abbattere. Negli ultimi due anni abbiamo imparato ad ascoltare tutti insieme i discorsi alla nazione di Conte mentre chiedeva sacrifici condivisi in nome di una distanza che si sarebbe poi sciolta in un abbraccio, un novello Churchill e del suo celebre “sangue, fatica, lacrime e sudore”.

Abbiamo dato credito alle uscite aggressive di governatori di regione che, come De Luca, hanno fatto della ferocia comunicativa la propria cifra politica. Ma soprattutto ci siamo assuefatti all’idea, diffusa con ogni mezzo, che i sacrifici che stavamo compiendo, i morti che ogni giorno contavamo, avrebbero avuto termine solo quando quel nemico sarebbe stato definitivamente spazzato via.


Una retorica così violenta ha inoltre contribuito ad inasprire le tesi dei no-vax. Focalizzandosi sistematicamente sulla curva dei contagi, infatti, la comunicazione non ha mai posto l’accento sul calo delle ospedalizzazioni e delle morti. In tal modo è stato sminuito il grande successo della campagna vaccinale italiana, nonostante oggi per gli immunizzati il virus non rappresenti più una minaccia reale.
Un vero e proprio paradosso comunicativo, in cui l’istituzione stessa che ha combattuto il virus si è messa sotto scacco da sola. Un’incongruenza che diventerà ancor più evidente proprio quando decadrà lo stato d’emergenza.

Fine dello stato d’emergenza. Ma è davvero la fine?

Mentre televisioni e giornali hanno sostituito i servizi sulla pandemia con quelli sulla guerra, quella vera, i virologi hanno ormai lasciato le poltrone dei salotti televisivi ai politologi. La stessa conferenza di Draghi e Speranza, in cui annunciavano l’ultimo DPCM per la pandemia, è risultata in realtà un’altra occasione per subissare il premier di domande sul conflitto russo-ucraino. L’ultimo grande colpo di coda della comunicazione italiana sull’emergenza epidemiologica è stato appunto il focus sul decreto per le riaperture, in ritardo a causa dello scoppio del conflitto. La roadmap, nei suoi vari step, è stata infine tracciata. Come sensazionalisticamente annunciato da tutti, il sentire comune che da aprile davvero ci si incamminerà verso l’agognato “ritorno alla normalità”.
Basta entrare nel dettaglio del decreto, tuttavia, per rendersi conto che forse il clamore mediatico che ha accompagnato quest’ultimo è in verità sproporzionato rispetto a quanto effettivamente previsto dal governo. Le misure in programma, infatti, si concentrano maggiormente su quando sarà possibile accedere ai servizi, prima all’aperto e poi anche al chiuso, senza l’obbligo di greenpass. Insomma, si darà la possibilità a chi è sprovvisto di ciclo vaccinale completo di ritornare a compiere tutte quelle attività che, per chi è già vaccinato, sono in realtà accessibili sin dalla scorsa estate. Paradossalmente, l’allentamento riguarderà proprio per quella fascia di popolazione che così violentemente si era schierata contro le istituzioni.
Per più dell’80% degli italiani, dunque, non ci sarà alcun miglioramento sensibile. Ad oggi, l’idea di una convivenza pacifica non è ancora accettata. Invece di normalizzare lo stato di positività ed equiparare il virus ad un’influenza, come fatto in altri paesi d’Europa, si è preferito piuttosto dimenticarsi della pandemia e delle critiche ad essa legate. E se vaccinati e non godranno presto delle stesse possibilità, l’infezione non sembra scomparire né nei numeri, né nelle intenzioni governative. Perché mentre il Covid sparisce dai media, grazie alle sue varianti cresce invece nei contagi.

Alla fine, l’apparato comunicativo sia istituzionale che giornalistico ha voltato pagina, puntando i fari sul dramma ucraino. La pandemia non occupa più i titoli dei giornali, ma continua ad essere invece molto presente nella vita di tutti i giorni. Il nemico non è stato sconfitto e costringe ancora chi vi entra in contatto al congelamento della propria esistenza, nonostante i numeri dimostrino che per i vaccinati il rischio di avere complicanze è ridotto al minimo. La comunicazione bellicosa che per due anni ha dominato la scena ha contribuito a polarizzare il dibattito tra schieramenti diversi. Inoltre, ha anche reso inaccettabile l’idea di una convivenza pacifica con un virus oggi meno pericoloso. L’Italia vive quindi il paradosso di star correndo verso la fine della pandemia, provando a dimenticare dell’esistenza sua e delle dinamiche conflittuali che ha contribuito a generare, senza tuttavia apportare quelle misure che riportino la sua parte di popolazione più protetta ad una vita effettivamente normale.

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