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Immagina di essere figlio di un’attrice famosa e di un ricco imprenditore, di avere la possibilità di accedere alle migliori scuole internazionali in Italia e di poter muover i primi passi nel mondo lavorativo a bordo di prestigiose navi da crociera, senza la necessità di ricevere sin da subito un compenso. Immagina di essere, insomma, Alessandro Borghese e di iniziare in questo modo la tua brillante carriera nel mondo della ristorazione. Una bella storia che riporta alla mente una parte piacevole della propria vita, di quella giovinezza spensierata e con tanta voglia di mettersi in gioco. Non ci sarebbe davvero nulla di male se non fosse che questa stessa storia è stata nei giorni scorsi elevata a paradigma della giusta etica del lavoro, quella che invece mancherebbe ai – mai risparmiati – giovani d’oggi.

Il valore del tempo: tra vita lavorativa e vita privata

«Mentre la mia generazione è cresciuta lavorando a ritmi pazzeschi, oggi è cambiata la mentalità: chi si affaccia a questa professione vuole garanzie. Stipendi più alti, turni regolamentati, percorsi di crescita. In cambio del sacrificio di tempo, i giovani chiedono certezze e gratificazioni. In effetti prima questo mestiere era sottopagato: oggi i ragazzi non lo accettano».
Nell’ottobre 2021 Borghese rilasciava queste dichiarazioni, a cui fanno eco quelle degli scorsi giorni, in cui lo stesso ristoratore ammetteva che: «Con le chiusure reiterate tante persone hanno avuto la possibilità di rivalutare lo spazio in famiglia. E scelto di cambiare mestiere per disporre di più tempo che, oggi, è la prima moneta», mettendo in luce un aspetto che si fa fatica a leggere in maniera negativa. I due anni di Covid-19 sono stati devastanti sotto tutti i punti di vista e ben presto si è dovuto mettere da parte la retorica del “Ne usciremo migliori”. Tra le poche cose che invece questo periodo potrebbe averci insegnato ad apprezzare maggiormente è proprio  il valore del tempo e il modo in cui esso deve essere speso. Nel momento in cui la vita è stata forzatamente messa in stand-by dal virus, le persone si sono ritrovate a fare i conti con le proprie abitudini, ridefinendo così tutta una serie di priorità che poco prima sembravano sacrificabili. Discorso ancor più vero per i più giovani che, privati brutalmente della propria socialità, hanno acquisito come mai prima la consapevolezza di quanto sia importante trovare il giusto equilibrio tra la vita lavorativa e quella privata. In questo senso, il dibattito sullo smart-working è solo la punta dell’iceberg di un sentimento molto più radicato nella società di oggi.

Ma davvero questi giovani preferiscono i sussidi al sacrificio? Il caso Alessandro Borghese

Il problema nasce nel momento in cui una frase come «i giovani chiedono certezze e gratificazioni» acquista un valore negativo. Il tutto viene infatti inserito in una cornice comunicativa ormai ben nota, che sottolinea la scarsa volontà delle nuove generazioni a compiere sacrifici. «Preferiscono tenersi stretto il fine settimana per divertirsi con gli amici. E quando decidono di provarci, lo fanno con l’arroganza di chi si sente arrivato. E la pretesa di ricevere compensi importanti.», accompagnata dall’immancabile “ai miei tempi”: «Vuoi diventare Alessandro Borghese? Devi lavorare sodo. A me nessuno ha mai regalato nulla. Mi sono spaccato la schiena, io, per questo lavoro che è fatto di sacrifici e abnegazione.». Una retorica trita e ritrita, che pecca anche di ipocrisia. Alessandro Borghese, aiutato da un’estrazione sociale favorevole, ha avuto modo e possibilità di lavorare gratuitamente sulle navi da crociera.

Ad oggi, l’idea che «lavorare per imparare non significa essere per forza pagati» e che «l’opportunità valeva lo stipendio» semplicemente non è più sostenibile. Non è neanche mancanza di devozione al lavoro, come pure accusa lo chef, ma si tratta piuttosto di un modello economico e sociale che mostra inadeguatezza, ancor di più nel momento di una crisi economica forte che peserà maggiormente sulle spalle dei giovani.
Questa nuova consapevolezza nasce anche come conseguenza di una delle misure più discusse della storia italiana recente: il reddito di cittadinanza. Pur se mai esplicitato direttamente da Borghese, il sussidio approvato dal Conte 1 fa capolino dalle sue dichiarazioni. Imprenditori come lui sono ormai soliti scagliarsi violentemente contro la misura, accusata di rappresentare un’alternativa facile per chi non ha voglia di lavorare duramente. Il provvedimento, certamente non scevro da problemi e contraddizioni sia nelle intenzioni che nell’utilizzo, viene spesso tacciato quale sterile assistenzialismo. Non va però dimenticata l’intenzione, nobile, con cui nasce: permettere alle persone senza lavoro di riuscire a mantenersi dignitosamente ed onestamente nel mentre si viene indirizzati ad una professione.  L’idea originale, infatti, non comporta che esso sostituisca un impiego vero e proprio, ma che garantisca il sostentamento minimo nel processo di ricerca. Più che altro, sarebbe indicativo chiedersi com’è possibile per un giovane preferire il sussidio statale piuttosto che uno stipendio vero e proprio, se non nel caso in cui quest’ultimo sia paragonabile al primo. Il problema andrebbe allora ricercato nelle condizioni offerte dal datore di lavoro nel rapporto paga per ora, che non potrebbero nel caso mai essere sufficienti ed adeguate.

Diventato parte di quella retorica che vede i giovani d’oggi svogliati e viziati, quello che stride è l’utilizzo comunicativo che una determinata classe politico-imprenditoriale fa del Reddito. Al di là delle considerazioni sulla sua efficacia, resta l’ipocrisia che a chiedere il sacrificio sia un ceto benestante che difficilmente lo ha sperimentato in prima persona. Paradossalmente, infatti, sono proprio i più privilegiati ad insistere sulla mancanza di abnegazione nelle nuove generazioni, nascondendo dietro la retorica della critica sociale la giustificazione per un’offerta lavorativa ai limiti del legale. Sarebbe preferibile, insomma, dare ai giovani quelle sacrosante «certezze e gratificazioni» che chiedono, prima di accusarli di essere sfaticati, garantendogli così le condizioni necessarie per programmare la propria vita futura.

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