Risulta piuttosto difficile salvaguardare barlumi di peculiarità in un governissimo di tutti. Difficile mostrarsi come la gamba diversa, quella migliore, di un governo che vede tutti quanti appagliati alle ali di Draghi. Difficile accaparrarsi i meriti di un trionfo o eludere le critiche di un fallimento. Insomma, il rischio è che si crei un siamo tutti sulla stessa barca che mette i leader di partito nelle condizioni di evitare di spuntarla sugli altri. Si spiega così la volontà di tutti quanti i politici attuali di reinvetarsi, riposizionarsi, staccarsi dal carrozzone ed evitare di presentarsi al pubblico come una cosa sola. Tutti quanti stanno proponendo un nuovo sé, lo spiega bene Federico Geremicca in un pezzo – uscito su La Stampa di ieri – dal titolo emblematico: leader in cerca d’autore. Tra un Salvini europeista, un Letta che sta cercando – almeno nelle intenzioni – di spostare il Partito Democratico un po’ più a sinistra, un Giuseppe Conte che ridipinge il M5s di un nuovo applomb mangiando pizze a Napoli con Manfredi, tutti ci stanno provando.

Si spiega anche così la ragione che vede Mario Draghi, Presidente del Consiglio, attaccato da più fronti. Oggi, facendo rassegna stampa, mi sono imbattuto in due notizie diverse su due quotidiani diversi che però ci rivelano una stessa cosa. Su Repubblica si legge “Sbarchi triplicati, Salvini all’attacco di Draghi”; sul Corriere della Sera: “Conte e quei tre scontri con Draghi: è iniziata la guerriglia di governo”. Sia Salvini che Conte attaccano il loro stesso Premier.

Salvini e Conte attaccano Mario Draghi: perché lo fanno?

Puntata atipica del perché lo ha fatto?, oggi. Meglio chiedersi: Perché lo hanno fatto? Perché Salvini e Conte attaccano un governo di cui fanno parte anche loro? Una premessa, anzitutto. Il governissmo Draghi – come sovente viene definito con questo artificio giornalistico – è terribilmente figlio del suo tempo: un esecutivo di unità Nazionale nato nell’interesse di far uscire l’Italia dalla tremenda doppia crisi che ci ha coinvolti nell’ultimo anno e mezzo. Quella sanitaria da COVID-19 prima, quella economica poi. E allora, via con i bocconi amari da tirare giù: tutti uniti – più o meno – in un governo di responsabilità Nazionale. Tutti tranne Meloni, e chissà che non sarà proprio lei a giovarne, alla fine. Perché questa premessa? Perché è bene capire come il governo Draghi sia un qualcosa che ha una data di scadenza: può essere la primavera che verrà qualora il professore dovesse decidere di correre per la presidenza della Repubblica e, quindi, sciogliore le camere prima di entrare nel semetre bianco. Oppure la scadenza può essere il 2023, quando la legislatura arriverà alla sua naturale conclusione. Ma la fine c’è, è vicina, si intravede. Ecco allora che tutti i partiti iniziano – dando un colpo al cerchio ed uno alla botte di Mario Draghi – a tentare qualche strada autonoma volta a presentare agli italiani dei tratti di peculiarità che li renda, per definizione, unici. E allora, mentre tutti lavorano per il bene comune, ci si prende – ogni tanto – il lusso di uno sbattimento di pugni sul tavolo: si alza la voce – non troppo perché nessuno vuole che il Drago Mario inizi a sputar fuoco – per far valere le proprie issue. Le proprie tematiche, quelle che caratterizzano il proprio partito. Salvini e Conte si fanno sentire per questo motivo qua. Vogliono fare in modo che quando si arriverà al nuovo appuntamento elettorale, possano avere quante più bandierine possibile da decantare ai rispettivi elettorati mediante la comunicazione politica. Io ho fatto questo, io ho fatto quello, e l’ho fatto nonostante Tizio e nonostante Caio. Chiaro, no?

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Di Giovanni Manco

Giornalista pubblicista, consulente per la comunicazione politica ed il marketing elettorale. Classe 1995. Decisamente incoerente. Scrivimi: giovanni.manco@hotmail.it

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