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Biden = Obama, per certi versi. Ve l’avevamo detto mesi fa. Motivo per cui Trump – durante la campagna – ha sferrato non poche frecciate al suo predecessore. Ve lo ricordate?

E in effetti Joe insegue Barack su molti aspetti. Tra i mille milioni di provvedimenti già firmati dal neo presidente, per esempio, c’è la rimessa in auge dell’Obamacare. Ma non è tutto…

Biden: “America is back”

L’avevamo già capito quando, presentando il suo staff, il neo-eletto presidente aveva affermato “It’s a team that reflects the fact that America is back. Ready to lead the world, not retreat from it. Once again sit at the head of the table, ready to confront our adversaries and not reject our allies. Ready to stand up for our values”, (“È un team che riflette il fatto che l’America è tornata! È pronta a guidare il mondo, non a ritirarsi. È pronta a sedersi a capotavola ancora una volta, pronta a confrontarsi con i suoi avversari e non a respingere i propri alleati. È pronta a prendere posizione per i propri valori”). È su queste parole che in molti hanno cercato la chiave della futura politica estera della nascente amministrazione Biden: l’America è tornata sulla scena, basta con il nazionalismo, basta con l’anti-multilateralismo, basta con il neo-isolazionismo trumpiano! Sin dal primo giorno di lavoro Biden vuole rendere evidente lo stacco netto con l’amministrazione precedente: gli Stati Uniti sono già rientrati negli Accordi di Parigi e nell’OMS, il Travel Ban nei confronti di numerosi paesi con una maggioranza di cittadini di fede musulmana è stato annullato ed è stato rinnovato anche l’accordo New START (Strategic Arms Reduction Treaty) con la Russia. Quella a cui assistiamo, insomma, è la fine di “America first” e l’inizio di “America is back”, la fine della dottrina Trump e l’Inizio della dottrina Biden.

Se “America is back!” deve significare qualcosa, allora in primis si tratta sicuramente di un messaggio rivolto agli alleati degli Stati Uniti: a tratti dimenticati, a tratti aspramente criticati (come nel caso dei fondi NATO), a tratti addirittura messi alla pari dei competitor cinesi (con i dazi applicati alle importazioni dall’Unione Europea), gli alleati non possono dire di essere andati d’amore e d’accordo con Donald Trump. Questo spiega, da un lato, il sollievo da parte di molti di vedere il tycoon uscire dalla Casa Bianca, dall’altro, spiega anche la lunga lista di tweet del nuovo segretario di stato Antony Blinken dove elenca le numerose chiamate cordiali avute con decine di paesi all’indomani della sua nomina (tra questi anche il nostro Luigi Di Maio). Quello che si prospetta, dunque, è il tentativo da parte degli Stati Uniti di riprendere quel ruolo di leader abbandonato nei quattro anni di amministrazione Trump, insieme a quella stretta collaborazione che da sempre caratterizza le sue alleanze internazionali. È la sfida del ritorno in grande stile del multilateralismo a guida statunitense: riuscirà Biden a vincerla? Ma soprattutto, riuscirà a vincere le riserve di tutti coloro che, nel Congresso ma anche nella stessa società americana, hanno tratto relativi benefici dal nazionalismo à la Trump e desiderano continuare su quella strada?

Guess who’s back

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La spregiudicata dottrina Trump, della quale abbiamo parlato di recente anche nei termini di dottrina Twitter e di social diplomacy, si conclude a ridosso dell’Inauguration Day, con Mike Pompeo, ex-Segretario di Stato di Donald Trump, che condanna esplicitamente le persecuzioni della Cina nei confronti della comunità musulmana cinese degli Uyghuri. Questo è solo l’ultimo atto di una politica estera che ha improntato il suo discorso su una narrativa anti-cinese sin dagli inizi, partendo dalla guerra dei dazi fino all’utilizzo dello slogan “CHINA-VIRUS” in occasione della pandemia. Probabilmente, sarà proprio la Cina a rappresentare la sfida più pressante per la nuova amministrazione, ma se, in linea generale, la politica estera di Biden sembra dirigersi in direzione diametralmente opposta da quella di Trump, sul fattore Cina sembra ci sia un elemento di continuità: il successore di Mike Pompeo ha sostenuto la scelta di quest’ultimo di etichettare suddette persecuzioni nei termini di “genocidio”. La Cina, si sa, è molto suscettibile alle pressioni e considerazioni internazionali sulla sua politica interna, quindi va da sé che non abbia preso di buon grado le affermazioni di Pompeo, e, a dimostrazione di ciò, numerose sanzioni economiche sono state rivolte ad alcuni degli ex-membri dell’amministrazione del tycoon, tra questi, ovviamente, il suo ex-Segretario di Stato.
Ma come procede il dialogo con la nuova amministrazione? Blinken afferma che “[I rapporti con la Cina] hanno alcuni aspetti conflittuali. Alcuni aspetti riguardano la competizione. Ma ci sono anche alcuni aspetti che riguardando la cooperazione”; quest’ultimi, secondo Blinken, sono quelli relativi all’emergenza climatica (tanto cara ai Dem alla Casa Bianca) e su quella, sempre secondo lui, dovrebbero essere improntate le relazioni con lo stato cinese. A questo, il vice-Ministro degli Esteri cinese Le Yucheng ha risposto con le sue “4R” sulle relazioni con gli USA: “Respect (rispetto), reversal (inversione, capovolgimento), renewal (rinnovamento) and responsibility (responsabilità)”. Insomma, tiepidi segnali positivi vengono lanciati dalle due potenze mondiali, quasi come fosse una partita a scacchi dove entrambi sembrano giocare in difesa, in attesa che uno dei due faccia un passo falso. E, forse, quel passo falso è già stato compiuto dalla Cina stessa nei cieli di Taiwan, la provincia ribelle non riconosciuta come stato da Pechino, ma protetta da molti anni dagli americani, la quale si ritrova a dover fronteggiare da qualche tempo dei tentativi di incursione nel proprio spazio aereo e marittimo da parte dei cinesi.

Capitolo Russia

Per quanto riguarda la Russia, come è noto, ci sono dei limiti su quello che ci si può aspettare in termini di dialogo e di miglioramento delle relazioni bilaterali. Se l’approccio di Donald Trump nei confronti di Mosca può essere definito, in una parola, come ‘ambiguo’, quello di Barack Obama era stato ‘intransigente’, tant’è vero che più di qualcuno aveva evocato il ritorno di una ‘seconda guerra fredda’. È ovvio che Joe Biden non sia Barack Obama, ma è altrettanto ovvio che ne sia stato il vice per 8 lunghi anni, 8 anni di rapporto idilliaco e di collaborazione simbiotica, ed ecco perché si può ritenere che l’approccio del 46° presidente statunitense nei confronti del Cremlino non sarà tanto diverso da quello del 44°. Un assaggio di ciò lo abbiamo già avuto con la condanna esplicita e, appunto, intransigente rivolta a Vladimir Putin in occasione dell’arresto di migliaia di manifestanti che hanno partecipato alle proteste degli ultimi giorni in decine di città russe, proteste arrivate in seguito all’arresto del dissidente Alexey Navalny e alla di lui inchiesta su un caso di corruzione che coinvolgerebbe Putin stesso. Dal canto suo, Mosca ha rispedito al mittente le accuse con una sua condanna nei confronti degli statunitensi, resisi colpevoli – a detta loro – di ‘ingerenza negli affari interni’ di un altro stato, in quanto sembra che il sito dell’ambasciata americana a Mosca abbia pubblicato,  poche ore prima delle proteste, una lista dettagliata di luoghi e orari in cui i manifestanti si sarebbero radunati: ufficialmente, questa lista sarebbe dovuta servire ad avvisare i cittadini americani in suolo russo sui luoghi che potevano rappresentare una potenziale fonte di pericolo, ma questo non è ciò che il Cremlino vi ha letto.
Bisogna dire che l’inizio era stato promettente: gli USA avevano deciso di rinnovare e hanno di fatto rinnovato l’accordo New START, ultimo accordo ancora in vigore tra i due paesi sulla limitazione degli armamenti nucleari, dopo che questo era stato lasciato pericolosamente in bilico da Donald Trump; inoltre, la nuova amministrazione aveva anche annunciato di voler rivedere la scelta last minute di Pompeo di inserire Cuba nella lista di paesi che sponsorizzano il terrorismo. Ma del resto, come dicono gli anglofoni: The road to hell is paved with good intentions.

L’eterno dilemma del Medioriente

Due cose hanno caratterizzato la dottrina Trump in Medio Oriente: una politica sfacciatamente pro-Israele e il progressivo ‘dis-engagement’ sul territorio. Se una conseguenza del primo elemento è rappresentato dagli accordi di Abramo e dalla normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni di quegli stati arabi (come Bahrein, Emirati Arabi e, pian piano, anche Arabia Saudita) che potremmo inserire nella sfera egemonica americana, il secondo elemento ha portato conseguenze di altro genere, ma decisamente significative: la ripresa dei rapporti ostili con l’Iran e l’abbandono della propria posizione nella regione, posizione usurpata inevitabilmente da nuove potenze regionali, come la Turchia, nuova effettiva rivale nello scontro egemonico in atto con la Russia sui vari fronti mediorientali oggi aperti. Ed è su questo fronte che il nuovo inquilino della Casa Bianca vuole distinguersi dal precedente.
Sin dalla sua campagna elettorale, Biden non ha mai fatto mistero di voler rimediare ai disastrosi rapporti con l’Iran ereditati da Donald Trump (appena un anno fa, su Twitter andavano in trend gli hashtag #WWIII e #WorldWarThree in seguito all’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano americana): ancora una volta, è evidente la voglia da parte del nuovo presidente di riallacciarsi a quello che era stato un successo della dottrina Obama, ovvero l’Accordo sul nucleare iraniano (ufficialmente noto come Piano d’azione congiunto globale) dal quale gli USA si sono ritirati durante la presidenza trumpiana e nel quale mirano a rientrare. Alla ripresa dei rapporti con l’Iran si unisce anche un probabile dietrofront sulla scelta del ritiro quasi totale delle truppe americane dagli scenari più complessi, quali Afghanistan, Iraq, ma soprattutto la proxy-war (guerra ‘a distanza’) in Siria. C’è da chiedersi, dunque, se quell’ “America is back!” rivolto agli alleati valga anche per il Medio Oriente, ma con una sfumatura decisamente diversa: in un certo senso, Iraq e Afghanistan sembrano ormai dei quasi-alleati, tant’è vero che fanno parte della ‘rubrica telefonica’ del nuovo Segretario di Stato, il quale, tra le sue numerose chiamate, ha trovato il tempo e la voglia di farne una anche ai suoi omonimi iracheno e afgano. La verità, tuttavia, è che il Medio Oriente resta ancora quel rebus impossibile che da anni tormenta quasi tutto il mondo, un rebus che in molti provano a risolvere, ognuno con la propria strategia. La domanda a questo punto è una sola: quale sarà la strategia di Joe Biden? Una prima risposta è già arrivata pochi giorni fa e consiste nella revoca dell’export di armi all’Arabia Saudita (decisione nella quale gli USA sono stati seguiti a ruota dall’Italia): questa scelta va interpretata nel quadro di uno di quei fronti aperti di cui si parlava prima, ossia la guerra in Yemen, nella quale Riad è impegnata a sostenere il governo yemenita riconosciuto nella lotta contro i ribelli Houthi (classificati da Trump come organizzazione terroristica). C’è da dire che siamo solo all’inizio di quattro lunghi anni di mandato, anni durante i quali molte cose possono succedere e molte altre possono cambiare: la linea di Biden sul Medio Oriente è ancora tutta da scoprire!

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