(Articolo a cura di Monica Coco)

Seguendo una tendenza che ha avuto inizio con le primavere arabe e che è esplosa con la campagna del referendum sulla Brexit, i social network hanno visto cambiare il loro ruolo, trasformandosi da meri mezzi di propaganda, in veri e propri strumenti delle istituzioni, e alcuni meglio di altri hanno saputo sfruttare questa rivoluzione. Tra questi, rientra sicuramente l’oramai – a breve – ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Nonostante sia, o meglio, fosse possibile rintracciare Donald Trump pressoché in qualunque social network, evidente è stata una sua certa predilezione per Twitter, con il quale ha intrapreso un rapporto di amore e odio, degenerato negli ultimi mesi: i tweet del presidente sono stati spesso segnalati, quando non del tutto oscurati e in reazione a ciò Trump non ha risparmiato minacce di ritorsione. Tuttavia, sarà solo con i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio che si sancirà il divorzio definitivo.

Comunicazione politica: la dottrina Twitter di Donald Trump

In quanto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha (avuto) a disposizione ben tre diversi account verificati, ovvero gli account ufficiali del presidente @POTUS, quello della Casa Bianca @WhiteHouse, e il suo account personale @realDonaldTrump; a questi si aggiunge anche @FLOTUS, l’account ufficiale della first lady. Quest’ultimo, insieme a @POTUS e @WhiteHouse sono etichettati come “US government account” ma nel corso del suo mandato ne ha raramente fatto uso, sfruttando per lo più il suo account personale @realDonaldTrump, chiuso definitivamente da Twitter l’8 gennaio 2021. Secondo il sito https://www.thetrumparchive.com/, dal giorno della sua iscrizione nel 2009, @realDonaldTrump ha pubblicato 56’671 tweet, tra tweet originali e retweet. Secondo https://factba.se/, inoltre, ha raggiunto l’impressionante numero di 88’783’945 follower, anche se dal 17 novembre 2020 ne ha persi circa 180’000, mentre nella sola giornata del 6 gennaio 2021 ne ha guadagnati più di 166’000, grazie ad una sorta di “effetto Capitol Hill”.

Per mezzo di Twitter, Trump ha reinventato il concetto di comunicazione istituzionale. Nello specifico, il 45° presidente USA ha dato vita in politica estera ad una vera e propria “social diplomacy”, rivolgendosi (e spesso scontrandosi) con gli altri paesi proprio mediante tweet: spesso di forte impatto, spesso non privi di reazioni e conseguenze. Tra i più famosi: “Mexico will pay for the wall!” (1 settembre 2016); “I too have a Nuclear Button, but it is a much bigger, more powerful one than his, and my Button works!” rivolto a Kim Jong-un (2 gennaio 2018); il lapidario “CHINA!” (29 maggio 2020); e quello a noi italiani più caro “Starting to look good for the highly respected Prime Minister of the Italian Republic, Giuseppi Conte” (26 agosto 2019), eliminato e ripubblicato il giorno seguente per correggere un refuso divenuto poi famoso.

La social diplomacy trumpiana sembra avere poche semplici regole. Di rado il presidente si rivolge al leader politico di un paese, piuttosto interpella direttamente quest’ultimo, come se si trattasse di un’unica entità autonoma; un esempio lampante di ciò è il caso cinese: prendendo in considerazione i soli tweet originali, la parola “China” appare in 877 dei suoi tweet, mentre il nome di Xi Jinping solo in 10. La Cina è anche uno dei paesi più citati (se non il più citato) in assoluto; prendendo un campione casuale di venti tra paesi, organizzazioni internazionali, organizzazioni terroristiche ed enti di altro genere, Trump predilige rivolgersi a e parlare di paesi “ostili”: dopo la Cina, seguono la Russia (389 tweet), l’Iran (322), l’ISIS (234) e la Corea del Nord (190). Anche su Twitter quindi, il Tycoon, ha alimentato la sua negative campaign. Per trovare un paese alleato bisogna aspettare la settima posizione con Israele (150 tweet), ed a seguire Unione Europe (114), Canada (110) e Gran Bretagna (84), che chiudono l’ipotetica top-ten. L’Italia può vantare solo 19 tweet, il che la pone in penultima posizione.

Pur trattandosi di una classifica parziale, alcuni elementi saltano sicuramente all’occhio. Prima di tutto, il fatto che le posizioni più alte vengano occupate interamente da rivali e/o nemici la dice lunga sulla dottrina Trump, una dottrina che ha assistito e favorito la crisi del multilateralismo e che è tornata a parlare il linguaggio del nazionalismo e del sovranismo: piuttosto che dialogare con gli altri paesi, Trump sembra sempre voler rivendicare qualcosa nei confronti del mondo intero, spesso senza fare distinzione tra alleati e non. Ad esempio, una delle rare volte in cui si registra un calo drastico e improvviso dei suoi follower (ben più di 335’000 follower persi in un solo giorno) corrisponde ad una serie di tweet pubblicati il 12 giugno 2018 contro la NATO in merito alla questione dei fondi forniti dai paesi che ne fanno parte, mettendo in evidenza una presunta ingiustizia subita dagli Stati Uniti, i quali, a detta di Trump, pagano in proporzione molto più degli altri paesi alleati, che a loro volta dovrebbero, sempre a suo dire, aumentare le loro quote.

Un secondo elemento interessante riguarda la presenza di enti non statali nel discorso trumpiano, i quali, in alcuni casi, sembrano addirittura superare alcuni stati: se infatti non stupisce la modesta presenza dei Curdi (27 tweet, 8 in più rispetto all’Italia) in quanto beneficiari dello sponsor statunitense nella “guerra a distanza” che le potenze di mezzo mondo combattono ancora oggi in Siria, salta sicuramente all’occhio la presenza di Bengasi (69 tweet, alla pari con la NATO), parola con la quale Trump fa riferimento al cosiddetto Governo di Tobruch del generale Haftar che combatte contro il Governo di Accordo Nazionale di al-Sarraj per il controllo dello stato libico (situato 4 posizioni sotto Bengasi, con 43 tweet).

Infine, un terzo elemento riguarda la sorprendente situazione di al-Qaeda, la quale occupa l’ultimo posto in classifica in quanto citata in soli 16 tweet; questo dato è interessante se messo a paragone con quello dell’ISIS, che rientra, come abbiamo visto nella top-five: ciò che emerge è che l’ISIS sembra aver sostituito al-Qaeda negli ultimi dieci anni, non tanto nei termini di minaccia reale, quanto nei termini di minaccia percepita da poter sfruttare nell’immaginario popolare per costruire l’antagonista della leggendaria “Guerra al Terrore”, della quale al-Qaeda era stata, storicamente, obiettivo principale. La narrativa trumpiana arriva al punto in cui, in alcuni tweet, la costruzione del muro al confine con il Messico viene giustificata con la presunta presenza di miliziani dell’ISIS che cercano di entrare negli Stati Uniti proprio da lì.

È una dottrina straordinariamente ideologica quella di Donald Trump, ma anche assolutamente mediatica; i discorsi ufficiali, gli eventi, le opinioni, le decisioni, tutto è votato a un preciso discorso politico e tutto sembra essere riconvertito in tweet e hashtag. Persino la scelta di non usare l’account @POTUS, bensì @realDonaldTrump, sembra voler passare un messaggio preciso. Come è stato detto, @POTUS è un account etichettato: secondo le “Linee guida e norme generali” di Twitter, attualmente le etichette vengono applicate solo ad account pertinenti dei cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ovvero Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Tali account sono:

  • Gli account gestiti da uno Stato fortemente impegnati in geopolitica e diplomazia
  • Gli account appartenenti a entità media controllate dallo Stato
  • Gli account di singoli, come editori o giornalisti di alto profilo, associati a entità media controllate dallo Stato.

Trump non è mai stato un grande fan delle Nazioni Unite, e se questa scelta sembra confermarlo, essa sembra anche voler comunicare un qualcosa di più, una volontà di rivendicare una libertà comunicativa senza limiti di alcun genere, la quale non sarebbe mai completa nemmeno sui social qualora dovesse passare attraverso “canali ufficiali”: @POTUS non potrebbe mai dire tutto quello che gli passa per la testa, nemmeno su Twitter, ma @realDonaldTrump, invece, ha messo in bella mostra ogni suo pensiero più recondito. Questa è stata la personalissima dottrina Twitter costruita in questi anni da Donald Trump, una dottrina virtuale vissuta dal presidente come un sogno, fino al momento del brusco risveglio quel 6 gennaio 2021.

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