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La guerra in Ucraina ha letteralmente catalizzato l’attenzione del pubblico europeo e mondiale. Giustamente, aggiungerei. Anche il coronavirus, che per due anni è stato al centro delle narrazioni mediatiche, è passato in secondo piano. Tuttavia il 2022, tra presidenziali brasiliane e mid-term americane, è un anno elettorale importante, che potrebbe modificare di molto gli equilibri geopolitici e il protagonismo di alcuni Stati con riguardo alla guerra in Ucraina. La più incombente e forse la più importante – vista la capacità dimostrata da Macron e della Francia ad imporsi come interlocutore privilegiato di Putin – è l’elezione del capo dello Stato in Francia del 10 aprile 2022.

Presidenziali Francesi: analisi di comunicazione politica

Macron

Il presidente uscente ha lanciato la sua candidatura con una lunga lettera ai francesi in cui spiega le ragioni della candidatura e il programma per i prossimi anni. Una prassi che hanno seguito anche celebri ex presidenti come Mitterand e Sarkozy, sebbene accompagnandosi sempre con un annuncio televisivo.

Quella di Macron, perlomeno quella vista in questa fase, sarà una campagna che si svilupperà su due assi. Il primo sarà sicuramente quello demarcato da una scarsa presenza fisica e “di terra”, motivata dalla necessità di seguire i fatti di guerra – sono state già fatte circolare diverse immagini del presidente francese alle prese con le trattative con Putin – alla quale si contrapporrà un forte utilizzo di strumenti di mobilizzazione dell’elettorato. Sarà la coalizione dell’Ensemble Citoyennes, (la “Leopolda di Macron”) a trainare, saranno i cittadini stessi i protagonisti della campagna di Macron. Con tanto di forte richiamo (sia visivo che sostanziale) alla generazione Mitterand della campagna del presidente della “Force Tranquille”.

Il tentativo è quello di giocarsela sull’ormai celebre meccanismo del “rally around the flag”, portando i francesi a scegliere per l’opzione più sicura, un commander in chief già “del mestiere”, in tempi di guerra. È da spiegarsi in questo senso, dunque, un posizionamento che si espleta nello slogan “avec vous” (aspettiamoci la versione italiana “contiana” nel 2023).

Credits: Franceinfo

Se la strategia è quella di affidare ai sostenitori la centralità della campagna, tuttavia, appare necessario creare dei meccanismi comunicativi di prossimità che non facciano sì che la figura del candidato sia percepita come lontana dai cittadini. In questo senso, il secondo asse della campagna si sta sviluppando e si svilupperà puntando su una forte presenza digitale del presidente uscente.

La campagna di Macron, infatti, si è mossa organizzando una serie di incontri con noti influencers francesi, producendo milioni di visualizzazioni ma soprattutto promuovendo l’immagine del candidato su una fetta di elettorato, i giovani, che maggiormente può costituire la base di mobilizzazione a cui ambisce la campagna. In questo senso, la comunicazione di Macron è stata sempre rivolta al target “generazione Z”. La conferma ce la danno i quasi 3 milioni di followers su TikTok che rendono Macron uno dei leader politici più seguiti al mondo.

D’altro canto, l’assenza “giustificata” dell’incumbent da una campagna elettorale che, secondo un sondaggio YouGov, raccoglie l’interesse del 68% degli intervistati, è da considerarsi sicuramente come uno svantaggio competitivo nei confronti degli altri candidati che avranno maggiori possibilità di fare campagna, ma soprattutto potrebbe portare dei malumori all’interno di un elettorato che, secondo lo stesso sondaggio, esige una maggiore presenza di Macron – quantomeno nei dibattiti tra i candidati. Presenza che Macron, ha tenuto, a precisare non ci sarà.

Melenchon

Jean-Luc Mélenchon è uno dei pionieri della comunicazione politica francese sui social network. Ha inaugurato il suo primo blog nel 2006, dato vita alle famose “recensioni della settimana” su Youtube nel 2016 e lanciato un canale Twitch nel 2020. Il suo è un posizionamento digitale forte che cerca di contrastare l’indiscussa leadership social di Macron anche su Tik Tok, dove può vantare 1,7 milioni di followers. La campagna di Mélenchon, alla sua terza e molto probabilmente ultima candidatura presidenziale, mi affascina molto per lo sforzo innovativo che sta cercando di apportare all’immagine del leader di quella che viene definita la “sinistra radicale” francese.

A 71 anni, infatti, Mélenchon è il candidato più anziano e sicuramente l’unico esponente “in corsa” di una sinistra che, in Francia ancor più che in Italia, risulta molto divisa dopo le macerie lasciate da Hollande (ben 7 sono i candidati di area riformista alla presidenza e solo Mélenchon supera il 10% nei sondaggi).

Dopo aver sfiorato il ballottaggio nel 2017 con il 19,5% dei voti al primo turno, la campagna Mélenchon è quanto di più “americano” – per struttura e innovazione nell’uso dei mezzi – ci sia nel panorama del marketing politico francese in questa tornata elettorale: attraverso un’organizzazione capillare (che si autoalimenta attraverso la piattaforma social “Action Populaire” sviluppata dalla campagna) e un team di oltre 300 persone, la campagna dà vita ad eventi di massa immersivi e in realtà aumentata, con l’utilizzo degli ologrammi già proposti nel 2017..

Ancora una volta, a livello di posizionamento, quello di Mélenchon è un populismo di sinistra che cerca di riabilitare la sinistra francese post-Hollande. Lo fa attraverso richiami forti ai concetti della gauche francese del PCF e del PSF, occupandone il campo semantico: “l’avvenire in comune” è il programma “per l’unione popolare”, il movimento a suo sostegno, e il manifesto della campagna recita lo slogan “un altro mondo è possibile”.

Pecresse

Della campagna di Valérie Pécresse, candidata del partito repubblicano francese dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, parlo principalmente per un motivo: un’occasione mancata dai limiti di una comunicazione ad oggi scarsa.

In un panorama politico fortemente diviso tra due populismi di destra e uno di sinistra, ad emergere è l’opzione centrista della Republique en Marche di Macron. È da sottendere, dunque, che un partito di estrazione liberale e conservatrice come quello di Valerie Pecresse, potrebbe essere l’alternativa a un presidente uscente che mantiene livelli di disapproval superiori al 50%[1], sebbene il rally around the flag effect lo abbia in qualche modo riabilitato agli occhi degli elettori. Ma i sondaggi, ad oggi, danno la candidata de Les Républicains all’11%.

La campagna di Pécresse, dunque, non pare decollare, manca ancora del sostegno di Sarkozy e in Francia si parla di colpe additabili al suo campaign manager, Patrick Stefanini, storico responsabile della campagna Chirac del ‘95, oggi ritenuto da alcuni inappropriato e “vecchio” Il suo stesso slogan “Il coraggio di fare”, infatti, pare sia un riciclo di un claim già utilizzato da altri partiti francesi in esperienze passate.

Le ultradestre

Lo spostamento del baricentro politico francese a destra e il vuoto elettorale lasciato dallo sfascio delle forze progressiste ha certamente favorito la nascita e l’affermazione di movimenti di estrema destra, nazional-populisti, quali il Rassemblement National di Marine Le Pen e Reconquete! di Eric Zemmour.

In un sondaggio IFOP del settembre 2021, i francesi si identificano come “donne e uomini del popolo” per il 28%, di destra per il 19% e di sinistra per il 14%, centristi/liberali per il 13% e patriottici/nazionalisti per l’11%. La coesistenza di due movimenti nazional-populisti, dunque, è da spiegare in questo modo.Ma cosa differenzia due offerte politiche così simili? Sicuramente, negli anni, Marine Le Pen – forte della sonora sconfitta con Macron delle presidenziali passate e delle regionali del 2020 – si è riposizionata su posizioni più moderate, favorendo l’ascesa di un movimento xenofobo, razzista e omofobo come quello di Zemmour.

Sempre un sondaggio IFOP ci restituisce le principali differenze nella percezione dell’immagine dei due candidati all’interno dei propri elettorati, così come è possibile analizzare le differenze degli elettorati stessi: se Le Pen riesce a riscattare un buon consenso all’interno della fascia 18-50, Zemmour fa meglio tra i 50+; ancor maggiore è la differenza di elettorato per genere e per classe sociale, con Zemmour che ottiene i favori di uomini e classi più agiate.

L’opzione macista di Eric Zemmour, dunque – irrobustita da uno claim dei più eloquenti che ho mai visto “Impossibile non essere francese” (wow) – se da una parte “ruba” un bacino elettorale una volta legato a Marine Le Pen, dall’altra le fa un favore, spingendola verso il centro e aprendole un varco tra una fetta di elettorato più “presidenziale”. E proprio quel centro è l’obiettivo della campagna di Le Pen, che già sembra lavorare al ballottaggio, essendo l’unica candidata che i sondaggi ritengono possa competere con Macron in ottica seconda turno.

Di Andrea Di Santo

Spin doctor e consulente politico

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