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Quasi un anno fa vi avevamo detto che Giorgia Meloni aveva un piano. Partita in sordina nell’agone politico, un po’ impacciata e con la timidezza del primo pelo, l’attuale leader di Fratelli d’Italia ha saputo rendersi artefice di una crescita lenta ma costante. Nessuna tappa bruciata, nessun salto nel vuoto, il suo cammino politico si è contraddistinto per essere pazientemente calcolatore e tempisticamente impeccabile. Come una laboriosa formica, ha spostato un pezzetino alla volta fino a costruire un contesto che la vede, ora, in rampa di lancio ed in totale ascesa. Il suo piano, quello di Giorgia Meloni, inizia ora ad intravedere un orizzonte d’arrivo: testa del centrodstra e presidenza del consiglio dei Ministri. Meloni Premier. Sì, nessun limite, ecco qual è il piano di Giorgia Meloni, dopo un anno è chiaro: prendersi la politica italiana, diventarne la numero uno.

Meloni Premier: ecco perché è possibile

Meloni Premier? Perché no. I sondaggi che vi raccontiamo mensilmente stanno facendo evincere la crescita esponenziale di Giorgia Meloni, lo abbiamo visto anche nella Supermedia di maggio. Tuttavia sarebbe stato troppo un mese per non aggiornarci circa quanto avvenuto ieri: il solito sondaggio – di SWG – offerto dal TG di La7 ha reso noto quello che era un sorpasso per certi versi inevitabile, ma talmente clamoroso che la sorpresa del vederlo empiricamente ha superato l’ovvietà del ragionamento politico. Non c’erano dubbi che sarebbe successo, ma tenetevi comunque ben stretti alle sedie: Fratelli d’Italia supera il Partito Democratico e diventa il secondo partito d’Italia. Sopra di lei, Giorgia Meloni, ora ha solamente l’amico(?) Matteo Salvini.

La crescita di Fratelli d’Italia va letta in combinato disposto con la discesa, inesorabile, della Lega. Prendiamo come punto di riferimento le elezioni europee del 2019, quando la Lega toccò il suo massimo storico in termini di consenso. Il Carroccio, all’epoca, toccò un picco 37,7% mentre Fratelli d’Italia era al 6,9% (dati Supermedia di YouTrend). In quasi due anni le curve rappresentati le due formazioni partitiche hanno avuto una palese – anche graficamente – inversione di trend fino alla convergenza: giù la Lega, su Fratelli d’Italia. Ad oggi la distanza è di un solo punto e mezzo percentuale, se l’andamento dovesse rimanere costante è lecito aspettarsi un vero e proprio switch. Meloni reginetta del centrodestra? Possibile, probabile. Non solo, perché è lei stessa a profilare l’orizzonte politico, come ha dichiarato qualche giorno fa a Mezz’ora in piùsu Rai Tre: “Io mi preparo a governare la nazione – dice Meloni – ma per carattere non sono una che fissa degli obiettivi di tipo personale. Voglio andare lì con una classe dirigente all’altezza di questo compito. Quando vedo i sondaggi che crescono, crescono, crescono so quali responsabilità questo comporta. Ma il punto d’arrivo non lo decido io. Io sono pronta ad assumermi le responsabilità che gli italiani mi chiederanno di assumere. Mi tremano le mani. Ma se non fosse così, perché farei politica?”. Più chiaro di così si muove: Giorgia Meloni vuole fare il Premier, lo ammette con quel pizzico di emozione che tanto piace ai fruitori di contenuti mediali poiché umanizza i politici e li fa sentire più vicini, più simili, più uguali. Riduce le distanze, come dicono Guido Gili e Massimiliano Panarari nel loro nuovo libro La credibilità politica. Artifici retorici a parte, il contenuto è chiaro: Giorgia non vuole più fermarsi, la sua scalata a Palazzo Chigi è iniziata.

Un opposizione responsabile: la strategia di Meloni

Prima di capire come tutto questo è stato possibile, vi sblocchiamo un ricordo. Ve la ricordate la prima Giorgia Meloni? Eccola qui, ospite da Fiorello:

Meloni Premier? Giorgia da Fiorello

Era il 2009, Giorgia Meloni era Ministro della Gioventù del governo Berlusconi III, ed era evidentemente lungi dall’essere avvezza al mezzo televisivo. Impacciata, emozionata, timida, le risate alle incalzanti battute di Fiorello risaltano una sorta di sincera autenticità. Chi lo avrebbe detto che quel riccio chiuso sarebbe diventato una leonessa da palcoscenico:

Giorgia Meloni: “Io sono Giorgia”

Scesa la lacrimuccia, torniamo sul topic. La crescita di Giorgia Meloni s’è resa tale, udite udite, grazie alla coerenza politica. Sempre lì, all’opposizione, ma con autenticità e credibilità. Un’opposizione responsabile, come l’ha più volte definita lei. All’opposizione nel Conte I, all’opposizione nel Conte II, all’opposizione finanche al governo Draghi, quel governo nato sotto il grido dell’ Anch’io anch’io. Così, mentre tutti giocavano alla corsa per entrare, lei ha fatto l’esatto opposto. La partecipazione al governissimo Draghi è stata raccontata dai partiti, specie dalla Lega, come una presa di reponsabilità – quasi kantiana come l’abbiamo definita io e Claudio Brachino – per la Meloni la responsabilità s’è tramutata in responsabilità verso i propri elettori, verso il proprio zoccolo duro, e allora vai con il c’è chi dice no alla Vasco Rossi: no alle chiusure, no al coprifuoco, no al colestorolo e sì a Valsoia. Salvini l’ha fatto a metà, dai banchi dei governisti, risultando incoerente e contraddittorio. Potrebbe spiegarsi anche così questa migrazione elettorale dal Carroccio a Fratelli d’Italia. Quindi sì, la perseveranza di questa linea potrebbe portare ad un ulteriore crescita per la Meloni. E lei, sapendolo, inizia già a parlarne seminando un terreno per un possibile futuro governista ed istituzionale.

Giorgia Meloni: stile e comunicazione politica

E chiudiamo, come in nostro stile, con una piccola analisi della comunicazione politica di Giorgia Meloni.

COERENZA IDEOLOGICA – Lo abbiamo accennato, ma è bene ribadirlo perché questo elemento cela la vera ragione spiegante la crescita nei sondaggi: Giorgia Meloni, e quindi Fratelli d’Italia, hanno una coerenza ideologica che conferisce una autentica credibilità. I temi sono chiari, non c’è rischio di fraintendimento alcuno: Meloni parla all’Italia conservatrice, cattolica e tradizionalista. L’elettorato che vi si rispecchia, avrà sempre e comunque un appiglio sincero in Giorgia Meloni. L’integrità alle proprie issue è rinsaldata anche dal monito dell’opposizione sempre e comunque. Meglio non stare al governo che starci rinunciado alle proprie idee: questo il frame comunicativo che il partito sta raccontando al proprio zoccolo duro. Il quale viene nutrito da contenuti che piacciono, vestiti da semplicità genuina e schietta che, sovente, rasenta anche il linguaggio spicciolo e volgare.

SOCIAL – La macchina social è ben strutturata e funzionante, tant’è che qualcuno parla di bestiolina. Artifizi giornalistici a parte, sul versante social c’è molto dello stile leghista in quello di Fratelli d’Italia. Per esempio le grafiche con citazioni di personaggi famosi i quali, dicendo cose inclini al pensiero del partito, vengono strumentalizzati e resi proprie bandierine. Toh, anche Elisabetta Canalis la pensa come la Meloni, penseranno i più. E funziona, piace, d’altronde il potere dei leader molecolari è cosa ormai conclamata come si è evinto dal caso Fedez. I video dei propri interventi in televisione, le grafiche con le proprie citazioni, il riportare articoli di giornale con commenti d’attacco, anche queste sono scelte di comunicazione social che Fratelli d’Italia e la Lega hanno in comune. È tutto un bombardare i propri frame comunicativi, con una ridontanza che non è mai troppa ma che anzi serve ad instillare i propri temi nella mente dell’elettorato. Il successo della Bestia di Salvini è già storia, quello della bestiolina meloniana può diventarlo. Perché il secondo sta funzionando meglio del primo? La risposta è nei temi di cui sopra: la coerenza di Fratelli d’Italia conferisce maggiore credibilità. L’elettorato conservatore in questo momento, evidentemente, tende a fidarsi più di Giorgia.

IRONIA – “Io sono Giorgia, sono una mamma, sono italiana, sono cristiana…”. Lo avrete sentito fino allo sfinimento. Anche lei. E anche lei, come voi, s’è divertita. Oppure ha finto di farlo. Finzione e realtà sono divise da un filo sottilissimo d’altronde, in comunicazione politica. Beh, Giorgia Meloni ci mette sempre una certa dose di ironia. Perché? In primis disinnesca gli attacchi: se è lei la prima a scherzare sugli aspetti più buffi che la riguardano, gli altri non avranno più armi per ferirla. In secundis – e si evince anche da questo la sapienza social del suo staff – per cavalcare la viralità dei contenuti pop circolanti sui media. Il nuovo libro della Meloni si chiama “Io sono Giorgia”. Un caso? No, marketing.

ANTI POLITICA – Lo storytelling dell’antipolitica contiene al suo interno una falla concettuale: l’antipolitica è essa stessa politica. Di cosa si tratta, allora? Di attaccare la politica tradizionale con un modo di fare politica diverso – nelle percezioni – più schietto e più riguardante gli interessi del popolo. L’antipolitica è un registro discorsivo il cui scopo è quello di differenziarsi da una elite stata finora al potere in rappresentanza di una maggioranza che è stata vessata. La maggioranza silenziosa di cui parla Tocquville ne La Democrazia in America. Da Reagan che se la prendeva con il Big Government a Berlusconi che ha instillato l’odio per i politici di professione prima ed il pericolo comunista poi, la storia è piena di esempi. E Giorgia? Il suo nemico è sia il governo – ed è credibile in questa lotta visto che tutti fanno parte del governo tranne lei – incapace di prendere decisioni di buon senso che possano rimettere il moto la macchina economica dopo la crsisi da COVID19, sia l’Europa – quando sposta il registro su temi più nazionalisti e nativisti – rea di fare gli interessi dei pochi – elite – piuttosto che dei molti. Il popolo. I leader dei partiti dell’antipolitica ritengono di avere la capacità di sostituire la vecchia politica con competenze politiche e forme di rappresentanza più autentiche, spiegano Albertazzi e Mueller nel 2013. Questo, comunicativamente, si configura con lo spostamento dal government (il governo) alla governance (l’insieme di principi che consitituiscono una politica). L’antipolitica, in conclusione, rappresenta…

“La disillusione pubblica e il dispimpegno, associati al calo della partecipazione alla elezioni, al declino dell’adesione ai partiti e ai movimenti politici e l’opposizione pubblica ai programmi politici paradimatici”.

Colin Hay, Why we hate Politics, 2017

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Di Giovanni Manco

Giornalista pubblicista, consulente per la comunicazione politica ed il marketing elettorale. Classe 1995. Decisamente incoerente. Scrivimi: giovanni.manco@hotmail.it

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