george-soros-complotto

Arthur Finkelstein e George Birnbaum sono i due spin doctor ed esperti di campagne elettorali che hanno lavorato per i più importanti leader e primi ministri dei nostri tempi. Il secondo allievo del primo, insieme hanno consigliato e plasmato le campagne comunicative di Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu, per citare solo i più famosi. Vengono ricordati soprattutto per aver dato vita, nel 2013, alla fantasia di complotto su George Soros e per aver ideato il rejectionist voting, la strategia elettorale che si concentra sulla messa in evidenza di ogni possibile elemento negativo dell’avversario per distruggere la fiducia degli elettori.

Chi sono Arthur Finkelstein e George Birnbaum?

Solitario, schivo e riflessivo, così lo definisce chi lo ha conosciuto da vicino. Nato a Brooklyn il 18 maggio 1945, figlio di immigrati ebrei dell’est Europa fuggiti dalle persecuzioni naziste, Arthur Finkelstein è “Semplicemente il più grande e controverso, il consulente politico e sondaggista più etico e di successo nella storia della politica americana” come l’ha descritto Craig Shirley, storico e biografo di Ronald Reagan. Sulle pagine della National Review ha scritto: “Senza Arthur Finkelstein, Ronald Reagan non sarebbe potuto diventare presidente degli Stati Uniti”.

Da grande appassionato di politica e di competizioni elettorali Finkelstein si immerge nel mondo politico già all’università. A 19 anni è volontario per la campagna presidenziale del candidato repubblicano Barry Goldwater. Due anni dopo si laurea al Queens College in economia e scienze sociali. Nel 1970 è già assunto da James Buckley, candidato repubblicano per il Senato. Partecipa poi per un paio d’anni alla campagna elettorale di Richard Nixon, assunto come sondaggista dal comitato elettorale del candidato presidente.

Insieme al fratello Ronald fonda nel 1972 la Arthur J. Finkelstein & Associates, che gli permette di immergersi più a fondo nel mondo delle consulenze elettorali. Lo stesso anno favorisce l’elezione al Senato di Jesse Helms, uno dei volti del cosiddetto nuovo conservatorismo e politico che, tra le altre cose, si spinse ad affermare che il movimento per i diritti degli omosessuali “Minaccia[va] la forza e la sopravvivenza della famiglia americana” (Washington Post).

Ha lanciato la carriera politica di innumerevoli senatori repubblicani, tutti contraddistinti da idee molto conservatrici. Uno di questi, Alfonse D’Amato disse al New York Times che Finkelstein aveva fatto eleggere al Senato più senatori di qualunque altro consulente politico. Nel 1994 i due progettano con successo la sconfitta di Mario M. Cuomo, governatore dello stato di New York al terzo mandato consecutivo e padre di Andrew Cuomo, oggi a sua volta governatore dello stato e al centro di diversi scandali. Dopo 19 anni di dominio democratico venne eletto il repubblicano George E. Pataki, poi confermato per altri due mandati fino al 2006.

Lavora ad entrambe le campagne vincenti di Reagan (1980 e 1984) e contribuisce all’elezione di una sfilza di governatori e deputati repubblicani, ma è proprio nel corso degli anni ’90 che Finkelstein consolida la sua fama da sondaggista e campaigner infallibile. Prima con Rudolph Giuliani (l’attuale avvocato di Donald Trump) come sindaco di New York, poi ecco il salto nella politica internazionale. Nel 1996, per onorare le sue origini, firma il contratto che lo lega alla campagna presidenziale israeliana di Benjamin Netanyahu, all’epoca candidato sconosciuto del partito Likud e dato per spacciato contro il suo avversario Shimon Peres.

Shimon Peres era il candidato e l’esponente di primo piano del Partito Laburista isrealiano. Nel ’96 aveva già ricoperto per ben due volte il ruolo di primo ministro e due anni prima aveva ricevuto il premio Nobel alla pace, insieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, per lo sforzo nella ricerca della pace in Medio Oriente e per il raggiungimento degli Accordi di Oslo nel 1993. Netanyahu, d’altra parte, era una matricola della politica, considerato spacciato. I sondaggi gli attribuivano uno scarto del 20% dal suo rivale.

Contro ogni pronostico Netanyahu vinse l’elezione e divenne primo ministro. Il ribaltone, secondo molti esperti del settore, fu favorito dalle migliaia di manifesti apparsi nel paese che riportavano: «Peres dividerà Gerusalemme». Una machiavellica falsità progettata da Finkelstein, architettata nei minimi dettagli e rilanciata poi in TV, per radio e sulla stampa. Fu lo stesso Peres a cadere nella trappola. Durante l’ultimo confronto elettorale con Netanyahu chiarì sin da subito che non aveva alcuna intenzione di dividere Gerusalemme. Peres commise il più classico degli errori: diede ancora più spazio e risonanza a quella falsità, d’altronde una smentita è una notizia data due volte.

Capita spesso, anche oggi, che i sondaggisti progettino le campagne elettorali. Nel caso di Israele però Finkelstein diede forma al suo candidato. Secondo Ben Kaspit e Ilan Kfir, biografi di Netanyahu, «Arthur stabilì tutto quello che Bibi [Netanyahu] fece durante la campagna elettorale».

In Israele il pollster newyorkese si convince una volta per tutte della sorprendente efficacia del negative campaigning, o, come lui stesso ha preferito definirlo, il rejectionist campaigning. Il presupposto alla base di questa strategia risiede nell’idea che chi non colpisce per primo finirà per essere colpito. In ogni campagna elettorale deve essere individuato un nemico da sconfiggere, la cosa più importante perciò non è evidenziare i pregi del proprio candidato, ma proiettare ogni possibile elemento negativo sull’avversario. Con ogni mezzo disponibile, menzogne incluse.

Un tale approccio disincentiva l’elettorato a recarsi alle urne. Finkelstein era infatti convinto che le elezioni si decidessero sempre in anticipo. La maggioranza degli elettori sa già per chi votare, è a favore di certe cose e contraria ad altre, ma in fin dei conti difficilmente cambia idea. Scoraggiare le persone è quindi molto più facile che motivarle. Oggi questa tecnica viene definita voter suppression: si indirizzano messaggi negativi verso l’elettorato avversario così che il giorno delle elezioni non si rechi al seggio. Un buon modo per far perdere voti al proprio sfidante.

La campagna di successo del 1996 lega Finkelstein al partito Likud e al mondo conservatore israeliano. Nel 1999 nel paese si tengono nuove elezioni dopo che un voto di sfiducia alla Knesset priva Netanyahu del potere. Chiamato nuovamente in causa dell’ex primo ministro per gestire la campagna contro lo sfidante Ehud Barak del partito Laburista, Finkelstein accusa il primo insuccesso rilevante della sua carriera.

Da uomo discreto e schivo Finkelstein, seguendo anche una certa scaramanzia, non era mai presente sul posto il giorno delle elezioni. Si divertiva a lasciarci gli Arthur’s Kids, così venivano chiamati i suoi assistenti e allievi. Dopo aver collaborato in prima persona col suo mentore alla campagna israeliana del 1999, nei primi anni 2000 George Birnbaum, uno dei suoi kids, si fece notare tra gli altri (tra questi va citato il famoso Roger Stone, amico di vecchia data di Finkelstein e protagonista del documentario Netflix Get Me Roger Stone).

Figlio di rifugiati ebrei, nato a Los Angeles nel 1970, ma cresciuto ad Atlanta, in Georgia, e laureato alla Florida Institute of Technololgy in scienze spaziali, George Birnbaum assomiglia molto al maestro da cui dice di aver imparato moltissimo. Anche lui ebreo praticante, anche lui statunitense e vicinissimo al mondo conservatore. Insieme i due lavorano facendo la spola tra Nord America e Europa. Nel 2006 fondano insieme la Geb International, l’agenzia di comunicazione che tuttora cura nell’ombra i profili pubblici di decine di politici dell’est Europa, tra cui spicca quello di Viktor Orbán, primo ministro ungherese e figura di riferimento del populismo di destra contemporaneo. In società hanno anche ideato con successo le campagne per il ruolo da primi ministri di Călin Popescu Tăriceanu in Romania, e Sergei Stanišev in Bulgaria.

Birnbaum non ha mai posto l’ideologia davanti al proprio lavoro. Sebbene sia rimasto in stretti legami con gli ambienti conservatori vicini al Likud, è oggi il consulente di spicco del neo-presidente israeliano Naftali Bennett, dopo aver lavorato per decenni per Benjamin Netanyahu, avversario battuto da Bennett proprio alle ultime elezioni.

La vera storia del complotto Soros

A partire dal 2008, Arthur Finkelstein e George Birnbaum lavorano per Victor Orbán. Secondo il quotidiano Haaretz fu proprio Netanyahu a consigliare i due spin doctor all’amico ungherese. I due primi ministri condividevano circostanze politiche molto simili. Entrambi avevano raggiunto il potere negli anni 90, entrambi erano diventati i presidenti più giovani dei loro rispettivi paesi ed erano stati sconfitti dopo il primo mandato. Le similitudini proseguono fino ai giorni nostri: sia Orbán che Netanyahu hanno vinto tre elezioni di fila, ma soprattutto appartengono alla stessa famiglia politica conservatrice. Un legame ben saldo, come ribadito nel 2018 dal portavoce del governo ungherese Zoltan Kovàc sul quotidiano israeliano: “Orbán e Netanyahu hanno valori comuni. Condividono il pragmatismo politico, al posto dell’ideologia dogmatica”.

Nel 2008 e dopo diversi anni di opposizione, Orbán e il suo partito Fidesz erano decisi a riottenere la maggioranza per le elezioni del 2010. Finkelstein e Birnbaum vennero assunti da Századvég. Misero in opera la ricetta: concentrarsi sulle debolezze degli avversari. Orbán stravinse le elezioni del 2010. I consensi negli anni successivi erano tali che gli avversari politici di Orbán, in primis i socialisti, non furono più utilizzabili come nemico, perché troppo deboli. Divenne necessario trovare un capro espiatorio più efficace.

Quando l’Ungheria attraversò crisi finanziaria e austerità, i nemici divennero il capitale straniero e i burocrati di Bruxelles. È però in vista delle elezioni del 2014 che i due consulenti misero in piedi la fantasia di complotto più famosa degli ultimi anni.

“Arthur diceva sempre che non si combattono i nazisti, si combatte Hitler. Non si combatte Al Qaeda, si combatte Osama bin Laden”, così si espresse Birnbaum, in una intervista col giornalista Hannes Grassegger del Das Magazin, qualche anno fa. Era necessario trovare un nemico facilmente riconoscibile per mantenere alto il livello del consenso. Chi meglio di George Soros poteva ricoprire quel ruolo? D’altronde si trattava soltanto di esasperare la narrazione del grande capitale straniero che ordisce complotti e malefatte contro l’Ungheria, dandogli un volto.

George Soros è il filantropo di 87 anni, tra le 30 persone più ricche al mondo, che ha guadagnato una fortuna a partire dagli anni ’70 grazie ai suoi fondi d’investimento. Nel 1992 raggiunge il picco di fama quando durante la crisi della sterlina e della lira, il Mercoledì nero, scommette contro le due valute e vende allo scoperto dieci miliardi di dollari di sterline. L’operazione costa una tale svalutazione della moneta inglese che costringe il governo britannico ad uscire momentaneamente dal Sistema monetario Europeo (SME), il meccanismo che ancorava le valute europee a dei cambi fissi le une con le altre. La lira subisce un deprezzamento del 30%. Soros guadanga in un sol giorno un miliardo di dollari.

Nato in Ungheria, sfuggito alle persecuzioni naziste in quanto ebreo, si trasferisce in Inghilterra dove si laurea alla London School of Economics, ottiene un master in filosofia, e avvia la sua carriera da speculatore e filantropo. Poi negli Stati Uniti consolida il suo impero. È nel 1969 che, dopo aver lavorato alcuni anni per numerose banche d’affari si mette in proprio. Da vita al fondo d’investimento Quantum e alla Open Society Foundation (OSF). La fondazione fa da ombrello a una trentina di altre organizzazioni sparse in tutto il mondo. La OSF accompagna Soros fino ai giorni nostri. Istituita in onore della società aperta pensata da Karl Popper, filosofo di riferimento per Soros, la fondazione, come riporta Luca Serafini su Rivista Studio, «si rivolge esclusivamente a organizzazioni indipendenti a cui offre supporto per la promozione di una serie di cause come la libertà di stampa e i diritti civili nei Paesi a basso tasso di democrazia, i diritti degli omosessuali, delle minoranze etniche, la legalizzazione delle droghe leggere e dell’eutanasia, la lotta contro la discriminazione razziale e di genere, e molto altro ancora».

Attraverso la OSF Soros promuove un modello di società aperta e liberale, che nella sua lettura si doveva contrapporre sia al modello sovietico, sia a quello occidentale. Il magnate ha infatti finanziato decine di organizzazioni che operavano all’interno del blocco socialista, tra queste vanno ricordate Solidarnosc in Polonia e Századvég in Ungheria, la stessa fondazione di Victor Orbán che diversi anni dopo avrebbe pagato Arthur Finkelstein e George Birnbaum. All’epoca clandestina, le sue riviste venivano stampate con una fotocopiatrice comprata attraverso le donazioni di Soros.

Il legame tra Soros e Orbán è ben più intrecciato di come sembra. Il premier ungherese ha frequentato la Central European University di Budapest, fondata proprio da George Soros per promuovere la libertà nel blocco comunista dell’Europa dell’Est. Università che è stata recentemente costretta a chiudere il campus di Budapest a causa di una legge ad hoc indirizzata a ridurre l’influenza di Soros nel paese. Orbán, inoltre, fu uno dei 15mila borsisti della OSF. Grazie a Soros, il leader magiaro poté studiare filosofia ad Oxford (anche se dopo qualche mese rinunciò alla carriera universitaria per tornare in patria e buttarsi in politica). 

Direttamente o attraverso le sue svariate fondazioni, George Soros ha poi finanziato e aiutato le rivoluzioni colorate dell’Est Europa. A partire dal 2003, contrario all’invasione dell’Iraq, ha sovvenzionato i democratici americani, aiutando soprattutto la campagna di Barack Obama e Hilary Clinton. Nel 2006 è stato infine condannato da un tribunale francese per insider trading. Un profilo alquanto controverso, ma Finkelstein e Birnbaum avevano messo insieme tutti i motivi per cui destre e sinistre ce l’avevano con Soros. Inviso ai conservatori per i temi su cui più si batte: lotta al cambiamento climatico, redistribuzione della ricchezza, opposizione alla guerra in Iraq, società multiculturali; ma anche bersagliato dalla sinistra alternativa: un finanziere che sostiene il dominio della finanza globale, Soros diventa il bersaglio perfetto.

Il complotto si lega sin da subito alle già esistenti teorie del Piano Kalergi e della Grande sostituzione nate negli ambienti dell’ultradestra e secondo cui le migrazioni africane e asiatiche verso i paesi occidentali sono ordite e guidate da un ordine superiore, spesso giudaico, per corrompere l’identità bianca e creare una società multiculturale. È proprio da queste fantasie che Birnbaum e Finkelstein danno l’avvio al complotto Soros. Il magnate sarebbe reo di voler rendere l’identità ungherese meticcia, operazione che sarebbe portata avanti dalle sue ong operanti nel paese.

I due spin doctor devono molto del loro successo a Fox News. Sulla rete conservatrice già Bill O’Reilly, opinionista e volto storico del canale, aveva trasmesso per primo menzogne su Soros «Finanziatore dell’estrema sinistra» al grande pubblico. Era l’aprile del 2007 quando O’Reilly affermò che l’obiettivo di Soros era di “Comprare un’elezione presidenziale“. Il protagonista dell’O’Reilly Factor, uno dei programmi più seguiti su Fox News (fino al 2016, anno in cui O’Reilly è stato cacciato dalla Fox perché accusato da diverse donne di molestie), non aveva dubbi. Due anni più tardi fu Glenn Beck a riproporre lo stesso tipo di propaganda sullo stesso canale.

Fox News sul complotto Soros

Oggi è quasi impossibile sintonizzarsi su Fox News e non sentire il nome di Soros. Tucker Carlson, star dell’omonimo Tucker Carlson Tonight e volto più conosciuto di Fox News, è uno dei più fervidi sostenitori della fantasia di complotto contro George Soros. Nonché amico di Viktor Orbán e attualmente a Budapest per tenere, come riportato da Francesca Berardi sulle pagine di Domani, «un intervento intitolato “Il mondo secondo Tucker Carlson» al Mathias Corvinus Collegium, un’istituzione che negli anni, secondo un’inchiesta del New York Times, ha ottenuto dal governo finanziamenti da 1,7 miliardi di dollari per promuovere il verbo nazionalista di Orban».

La campagna denigratoria iniziò ufficialmente il 14 agosto 2013 (circa nove mesi prima delle elezioni) con un articolo apparso su Heti Vàlasz, quotidiano allineato al governo. Nell’articolo veniva presa di mira l’ong ambientalista Okotars, finanziata da Soros. Seguirono indagini che tuttavia non portarono a nulla, se non alla diffusione nell’opinione pubblica dell’idea che le organizzazioni non governative facessero parte di una rete pericolosa per l’Ungheria.

La guerra in Siria e la successiva crisi migratoria furono l’occasione per dimostrare al mondo, a detta delle autorità ungheresi, le volontà del piano di sostituzione. Dal 2015, mese dopo mese, la campagna diffamatoria si fa sempre più dura. Nel luglio 2017 tutta l’Ungheria viene tappezzata di manifesti con la scritta «non lasciare che sia Soros a ridere per ultimo» con il volto del finanziere in bella mostra.

La campagna seguì una repressione senza precedenti in Ungheria. Contemporaneamente allo smantellamento della democrazia ungherese, il Parlamento magiaro varò, tra le altre, la legge Stop Soros che considera tutt’ora come reato qualsiasi tipo di assistenza fornita alle persone in cerca di asilo.

È lo stesso Binbaum a spiegare la pervicacia della consipracy fantasy su Soros: «l’avversario perfetto è quello che puoi colpire continuamente senza che lui possa colpirti mai».

Una fantasia che cammina da sola

La fantasia di complotto su George Soros, intesa qui nel senso attribuitogli dallo scrittore Wu Ming 1 nel libro La Q di Qomplott, è stata sì ideata prima su Fox News, poi perfezionata da Arthur Finkelstein e George Birnbaum, ma oggi gode di vita propria. Periodicamente riappare, sotto vesti mutate, rilanciata qua e là dai politici di turno e per questo rinforzata di attendibilità. L’Italia non è esclusa da questo movimento espansivo, Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno ripetutamente ripreso e rinvigorito la storia di Soros, soprattutto in passato. Trump l’ha inserito nel suo ultimo spot prima delle elezioni del 2016. Nigel Farage ha accusato i suoi avversari di essere pagati da Soros, e lo stesso hanno fatto i leader di Alternativ e fur Deustchland.

Complotto Soros: il tweet di Salvini
Complotto Soros: un altro tweet di Salvini

Come ben spiegato da Leonardo Bianchi nel suo libro La Gente, il complotto Soros ritorna spesso alla ribalta perché utile all’immaginario politico.

“La figura del burattinaio supremo, per giunta ebreo, serve a screditare sia le cause che le persone che le fanno proprie. A chi protesta, si rivolta, manifesta o compie azioni umanitarie è negata ogni spontaneità e dignità politica; se lo fa è perché prende soldi da Soros. I veri rivoluzionari, di contro, sono quelli che scorgono dappertutto la sua ingerenza maligna”.

Leonardo Bianchi, La Gente

Secondo Alexander Reid Ross, autore di Against the Fascist Creep, il complotto proseguirà anche quando Soros non ci sarà più, perché legato ad una sorta di tradizione dell’estrema destra. Al miliardario viene attribuito il ruolo che prima era stato della famiglia Rothschild e che attualmente non è altro che la controparte, presunta, dei fratelli Koch e di Richard Mellon Scaife.

Complorro Soros: un mare di contraddizioni

Oggi è molto difficile chiedere conto del complotto Soros ai due maggiori responsabili. Arthur Finkelstein è morto nel 2017, lasciandosi dietro di sé una vita di successi e interrogativi. Nel 1996 il Boston Magazine scoprì che il sondaggista newyorkese era gay e viveva insieme a Donald Curiale, proprio mentre curava la campagna elettorale di John Helms, uno dei maggiori critici verso il riconoscimento dei diritti alle persone omosessuali. Finkelstein e Curiale si sono poi sposati nel 2004 e avevano due figlie. Nella sua ultima apparizione pubblica, nel 2011 a Praga, ammise che si buttò in politica perché voleva cambiare il mondo, “L’ho fatto – disse – l’ho reso peggiore”.

George Birnabum è invece nel pieno della sua carriera, meno schivo del suo maestro, ma comunque difficile da raggiungere. Il giornalista Hans Grasseger, sorpreso del racconto che Birnbaum gli aveva reso, gli chiese conto delle accuse di antisemitismo, d’altronde i due consulenti hanno alimentato la più tradizionale cospirazione dell’ebreo ricco e manipolatore, con l’aggravante di essere loro stessi due credenti. Un po’ stizzito Birnbaum rispose: “Pianificando la campagna non abbiamo pensato neanche per un attimo al fatto che Soros fosse ebreo. L’antisemitismo è immortale, ineliminabile. […] La nostra campagna non ha reso antisemita nessuno che non lo fosse già. Magari ha indicato agli antisemiti una nuova vittima, ma niente di più, lo rifarei”.

Non vuoi perderti nessun nostro articolo? Vuoi avviare una conversazione politicamente incoerente con noi? Ebbene, allora non puoi non entrare nel nostro nuovo gruppo Telegram! Ti aspettiamo-> CLICCA QUI PER ADERIRE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Privacy Policy Cookie Policy Termini e Condizioni