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Riavvolgiamo il nastro, stavamo parlando di una comunicazione politica che cambia, ve lo ricordate? L’attacco che Fedez fece contro la Lega di Salvini dal palco del concertone del primo maggio ha sancito, in un certo senso, la definitiva intromissione degli influencer sulla scena della politica. Se volete ripassare i fatti, potete rileggervi l’articolo, qui vi riporteremo solamente le riflessioni in merito a come sta cambiando la comunicazione politica alla luce di questa esposizione dei maestri dell’Instagram.

Fedez e Ferragni nella comunicazione politica: le advocacy 2.0

Gli influencer sono in grado di smuovere l’opinione pubblica e di smussarla. Costoro sono dei leader molecolari capaci di riversarse alla loro cerchia – i followers – argomenti da immettere nel dibattito pubblico. Anzi, interpretazioni agli argomenti. Nel senso che fanno frame strategy esattamente come i politici: offrono interpretazioni e posizionamenti sulle questioni maggiormente in tendenza, in modo che che si possa rinvenire nel loro punto di vista abbia una causa da sposare. Meccanismi vecchi come il mondo, messi in essere in forme del tutto nuove. Della potenza degli influencer si parlava – prima ancora che nascessero – già negli anni 40 con la teoria a due fasi della comunicazione: i messaggi mediali arrivano alle persone con il filtro, in mezzo, dei leader di opinione. Persone dal grande appeal e dalla grande presa nei propri gruppi sociali. Katz e Lzarsfeld nel 1948 scoprono, analizzando le elezioni Presidenziali americane del 1940, che le persone con minore abilità critica erano influenzabili, nelle decisioni di voto, dai leader di opinione. Costoro, che ai giorni d’oggi hanno preso il nome di influencer, fanno da filtro e si occupano di parlare alle loro cerchie, al proprio esercito di followers, i quali riporteranno a loro volta i temi e le argomentazioni in altrettanti gruppi sociali costruendo quello che Watts e Doods nel 2007 hanno chiamato modello reticolare.

Gli influencer hanno presa, possono influenzare i loro eserciti del selfie e addirittura mobilitarli, e possono farlo anche sui temi politici, il caso Fedez ne è un esempio lapalissiano. A questo punto viene da chiedersi come la politica possa sfruttare tutto questo giovandone. Difficile rispondere, per ora. Anche perché bisognerà capire se episodi come questi resteranno estemporanei ed isolati oppure diventeranno una tendenza comune. Lo scenario più suggestivo è quello delle Advocacy 2.0. Le Advocacy, nel linguaggio politico, sono gruppi di sostegno a determinati partiti per la promozione di talune politiche pubbliche. Ricordiamo, a titolo di esempio, Momentum: il gruppo di Advocacy nato nel 2015 per sostenere la corrente di Jeremy Corbyn all’interno del partito laburista inglese. Gli influencer possono diventare le nuove advocacy? Possono diventare brand che – tra le altre cose – possono avere interesse a spingere questa o quella tematica politica nell’opinione pubblica a favore di questo o quel partito o leader? Anche Lorenzo Pregliasco (Youtrend ed istituto Quorum) parla di politica Netflix, confermando il ruolo sempre più preminente degli influencer. Anche in politica. Una politica che diventa uno spettacolo da guardare in forma seriale, di episodio in episodio, con pop corn e bibita e skippando la sigla se si vuole.

Chiara Ferragni e Fedez contro Renzi: cosa è successo

E veniamo ai fatti recenti. Italia Viva in questi giorni ha deciso di osteggiare lavori in Parlamento del DDD Zan. Il leader Matteo Renzi, assieme ad Ivan Scalfarotto, stanno facendo pressione – clamorosamente coadiuvati da Lega e Forza Italia – affinché si possano emendare alcuni punti del disegno di legge. Per approfondire, vi rimandiamo all’apposito articolo. L’intromissione renziana ad un disegno di legge che sembrava già bello impacchettato ha suscitato la disapprovazione di una coppia del web che più di ogni altra s’è esposta sul tema: i Ferragnez, Fedez e Chiara Ferragni, i quali – approposito di strategia del frame – hanno un’idea molto chiara sul DDL Zan: che diventi legge, il prima possibile, per un paese migliore e progressista. I giovani followers del duo li hanno presi come icona della pressione simbolica affinché la legge contro l’omo-bi-trans-fobia diventi realtà.

Lo scherno si è trasformato in post. Prima Chiara Ferragni pubblica un chiaro “Che schifo i politici italiani” con tanto di foto di Renzi. Poi Fedez, ormai solito alle uscita con voce grossa, consiglia al leader di Italia Viva di dedicarsi alla partita della Nazionale (poi vinta popopopo) e di rimandare ad un altro momento il suo urinare sulla testa degli italiani. Testuali parole eh.

Fedez contro Renzi sul DDL Zan
Chiara Ferragni e Fedez contro Renzi

Il paradosso dell’antipolitica e la legge del contrappasso

Il primo elemento da sottolineare è la discesa di Renzi nel campo dei Ferragnez. Esattamente come aveva fatto Matteo Salvini quando fu lui il malcapitato, il Matteo viola ha deciso di rispondere all’attacco subito. Anche i modi sono stati gli stessi del collega Matteo, l’altro, quello verde. Ossia ha aperto un ponte: parliamone con calma. Salvini invitò Fedez a bere un caffè per parlare di libertà e diritti, Renzi fa lo stesso: “Ho sempre difeso Ferragni da chi la criticava quando postava dagli Uffizi o da chi vorrebbe minimizzare il ruolo degli influencer. Lo faccio anche oggi.Fa bene Chiara Ferragni a dire quello che pensa. Solo che da lei mi aspettavo qualcosa in più di una frasina banale e qualunquista.Dire che i politici fanno schifo è il mediocre ritornello di chi vive di pregiudizi.Da una persona che stimo mi aspetterei un confronto nel merito”. Prima il rimbrotto da padre maturo poi l’invito: parliamone. Anche lui invita un influencer nel tavolo delle trattative politiche. Se non è una svolta epocale questa, cosa lo è? La risposta di Renzi risulta coerente e giusta: la verità è che non poteva non rispondere, tutti avevano visto il post. Ed eccola la svolta, la comunicazione politica che cambia: i politici devono inseguire gli influencer data la loro grossa visibilità, non si può evitare. Tipicamente il silenzio non paga, viene coperto dalle parole di altri, parole che possono affossarti, meglio vedersela personalmente, ecco perché Renzi ha preso di petto la situazione.

Questa vicenda, piuttosto, apre altre riflessioni. Sembra di stare in un girone dell’inferno di Dante con i politici che devono espiare le loro macchie del passato attraverso la legge del contrappasso: seviziati dalle stesse armi che un tempo erano in loro dote. Ma ve lo ricordate Matteo Renzi? Il rottamatore della politica, quello della classe dirigente da rifondare – non usava la parola “schifo” per scelta stilistica ma il concetto era pressoché lo stesso di Chiara Ferragni – quello dell’Italia incantata da sbloccare con un incantesimo. L’antipolitica renziana, poi, si è risolta nel paradosso di una ri-politicizzazione: la politica non è stata annullata con qualcosa di nuovo, ma con un altro modo di fare politica. Ma sempre politica è. E così Renzi, che ora si scandalizza per il qualunquismo di Ferragni nel dire che i politici fanno tutti schifo – e qualunquismo è in effetti – viene punito con i suoi vecchi trucchetti: quelli della politica influencer, della politica pop e della celebrity politics che lui più di altri ha avviato nell’Italia degli anni scorsi. Quando le occasioni per dire cose qualunquiste, per lui, erano occasioni d’oro, da “piatto ricco, mi ci ficco” dice oggi Panarari su La Stampa. Che strani tranelli che fa il tempo, che strano contrappasso che si sta creando. Una cosa è certa: la mamma degli antipolitici è sempre incinta. Non se ne verrà mai fuori, da dinamiche di questo tipo.

Che cosa vuol dire antipolitica?

Ma prima un focus: che cosa vuol dire antipolitica? Sicuramente è un esercizio di comunicazione, di retorica come dice Thompson in La fine del dibattito pubblico. L’antipolitica sancisce il passaggio – comunicativo – dal government alla governance: l’attenzione non è sul governo, ma sulle politiche intese come decisioni volte a migliorare la vita dei cittadini. O meglio, di un popolo spesso subordinato alle decisioni di grandi elite infiltrate nel governo centrale. Reagan è stato un grande maestro dello storytelling dell’antipolitica ed una sua citazione renderà bene l’idea su cosa essa sia: “Le nove parole più terrificanti della lingua inglese sono: mi manda il governo e sono qui per aiutarla” (conferenza stampa 12 agosto 1986). La paura verso il governo perché la politica, direbbe qualcuno, fa schifo. Ma l’antipolitica è un bluff: non si risolve con un exit dalla politica ma con nuove forme di fare politica. Un paradosso di cui parla anche Michele Sorice in Partecipazione Democratica: la depoliticizzazione – quindi l’antipolitica possiamo aggiungere – si risolvono in nuove forme di politicizzazione o in casi peggiori nell’iper-rappresentanza: il leader forte rappresentante del popolo e risolvi-problemi. Insomma, nel populismo.

La politica fa schifo dirà qualcuno, ma è una roba complessa che necessita di soluzioni altrettanto complesse. Nel frattempo, godiamoci il qualunquismo generale: dai politici agli influencer e viceversa. Fedez contro Renzi, Renzi contro Fedez: una battaglia a colpi di like.

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Di Giovanni Manco

Giornalista pubblicista, consulente per la comunicazione politica ed il marketing elettorale. Classe 1995. Decisamente incoerente. Scrivimi: giovanni.manco@hotmail.it

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